22 marzo 2016 ore: 13:39
Società

Bruxelles, "Molenbeek non è malata, è la società a essere malata di violenza"

Carlo Gubitosa, ingegnere e giornalista che dal 2014 vive a Bruxelles, lo scorso dicembre ha visitato il quartiere da cui provenivano alcuni degli attentatori di Parigi. E su Salah Abdeslam, preso il 18 marzo sempre a Molenbeek: “L’arresto del soldato dà soddisfazione, ma chi è il generale?”
Attentato a Bruxelles 22 marzo 2016 (4)

BOLOGNA - “Molenbeek? È un quartiere multietnico in cui ho camminato senza problemi. Non è la parte malata di una città, ma fa parte di un’intera società malata di violenza”. A parlare è Carlo Gubitosa, ingegnere delle telecomunicazioni, giornalista freelance e scrittore che, dal 2014, lavora a Bruxelles come ingegnere. A dicembre, qualche settimana dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre in cui sono morte 129 persone e 300 sono rimaste ferite, ha visitato il quartiere di Molenbeek-Saint-Jean, situato a ovest del centro di Bruxelles, caratterizzato da una grande concentrazione di cittadini di origine straniera, provenienti in particolare dal Nord Africa e da Paesi arabi e da cui provenivano alcuni degli attentatori di Parigi. Ed è sempre a Molenbeek che, il 18 marzo, è stato arrestato Salah Abdeslam, ricercato da 4 mesi e considerato la mente degli attentati di Parigi. “A leggere i titoli di molti giornali, anche italiani, sembra che Molenbeek sia il bacino di allevamento dei terroristi ma, anche se 5 di loro sono stati ospitati in alcune case di quel quartiere, non sono un prodotto tipico di Molenbeek o di Bruxelles”, dice Gubitosa che racconta di aver visto la vita quotidiana del quartiere, “le persone in fila ai bancomat, le signore che fanno shopping nei negozi, i mercati, le panetterie e il Museo dell’industria”, anche se con le camionette militari a presidiare il quartiere, come il resto della città. “Nella lettura che si dà di Molenbeek io ci vedo la necessità di pensare che il problema non siamo noi, che è sempre altrove, in qualche periferia, ci vedo il bisogno di esternalizzare il problema della violenza, non solo terroristica, ma anche economica, sociale e politica. I frutti malati li stiamo toccando con mano in queste ore con quello che è accaduto a Bruxelles”.

I titoli di oggi mettono in relazione le esplosioni di questa mattina a Bruxelles con l’arresto, avvenuto il 18 marzo, di Salah Abdeslam, ricercato per gli attentati di Parigi. Tu cosa ne pensi?
È il collegamento logico più facile. Quello che mi chiedo io è, vedendo l’entità di questa operazione, se può essere facile muovere i soldi e le risorse che sono necessarie per portare l’esplosivo in due punti della città così presidiati. La mia domanda è: dietro la manovalanza quali risorse economiche, quali patrimoni, quali poteri economici e politici ci sono? L’arresto del soldato può dare soddisfazione, ma chi è il generale?

Ora sei in Italia ma tra pochi giorni tornerai a Bruxelles, sei preoccupato?
Non sono tanto preoccupato per il mio rientro, ma per l’assenza di una volontà politica per contrastare il terrorismo non solo militarmente o con una prova di forza o l’innalzamento del livello di allerta. Mi fanno più paura quelli che chiudono gli occhi di fronte agli alti livelli di organizzazione paramilitare che stanno dietro a queste operazioni che non il rischio a Bruxelles, che è paragonabile a quello di un incidente stradale. Sarei più tranquillo se si adottasse una soluzione sistemica e non solo militare. Per ogni arresto che ci fa cantare vittoria, ci sono altri 10 folli pronti a seguire l’esempio di chi li ha preceduti.

Alcuni degli attentatori di Parigi provengono da Molenbeek. Cos’è che li ha spinti secondo te a imbracciare questa strada, la strada della violenza e del terrorismo
Cos’è che porta un soldato a rischiare la vita in un altro Paese? Cos’è che lo spinge verso la violenza o a entrare in guerra, sia nelle forme ufficiali che in quelle clandestine? Per me il problema non sta in un quartiere o nella cultura di un quartiere o di un Paese, il problema è la violenza. Chi è forte militarmente o psicologicamente, chi riesce a conquistare il potere con le armi e lo spargimento di sangue è quello che controlla la situazione, che può pretendere qualcosa, che si trova in cima alla catena alimentare sociale. Bisogna smontare questa cultura dalle radici. Se Bruxelles fosse una persona andrebbe portata in terapia, come tutte le capitali europee che nelle periferie producono degrado, sperequazione, esclusione e dove non possiamo aspettarci di vedere crescere le margherite. Questo discorso può sembra giustificativo per chi si rende responsabile di attentati come quello di oggi, ma per me significa tracciare una linea tra chi sta dalla parte della violenza e chi sta dalla parte della civiltà e del diritto, compreso quello di un quartiere a non essere bollato come terrorista perché 5 persone responsabili di un attentato provenivano da lì, così come noi italiani abbiamo il diritto a non essere definiti un Paese mafioso perché in alcune aree ha attecchito la cultura mafiosa.

Prima dicevi, cosa spinge una persona ad andare a combattere in un altro Paese, in questo caso però colpiscono lo stesso Paese in cui vivono. È perché non lo percepiscono come loro?
Domanda interessante. Bisogna chiedersi qual è il Paese che combattono, qual è la società, la comunità che vogliono sacrificare. Non sono certo i primi ad accettare gli effetti collaterali in nome di un bene superiore. È la stessa matrice di follia che ci porta ad accettare le centinaia di soldati morti in Afghanistan. Vado a bombardare per la pace e accetto che ci siano, come effetti collaterali, anche morti civili per un bene superiore, vado a mettere le bombe per un interesse personale, economico, per un bene che considero superiore e accetto che ci siano decine di morti come nel caso delle esplosioni di oggi a Bruxelles o centinaia come nel caso di Parigi a novembre. E se è un problema l’escalation di violenza da parte di gruppi estremisti, lo è anche l’impennata di vendita di armi da parte del nostro Paese a Stati in guerra.

Come si può intervenire?
Non possiamo pensare di intervenire per compartimenti stagni, pensando che ci sia una violenza buona e una dannosa. Se si fa una cernita, ci sarà sempre qualcuno che si sentirà autorizzato a dire che la violenza che lui accetta è un’altra. Bisogna allargare il discorso a tutte le forme di violenza. Compresa quella mediatica che oggi ci fa pensare di vivere in una stagione del terrore, quando in realtà, se si guardano le statistiche, c’erano più attentati durante la Guerra Fredda o negli anni Settanta. È solo che oggi se ne parla di più. (lp)

© Copyright Redattore Sociale