7 luglio 2015 ore: 09:57
Welfare

Cala la “propensione” dei comuni, la spesa per il sociale rimane al palo

Lo rivela il nuovo studio Cisl-Bureau van Dijk. I valori assoluti delle somme per il welfare tra il 2012 e il 2013 restano stabili, ma in percentuale calano ancora rispetto alla spesa complessiva. Arretrano proprio le regioni storicamente più “sociali”. Chi ha i conti in ordine investe di più
Spesa sociale comuni: monete

ROMA – Si arresta la caduta libera della spesa sociale nei comuni italiani verificatasi nel 2011 e 2012, ma in percentuale continua a calare rispetto ad altri settori confermando, così, la sua costante erosione all’interno delle politiche locali. È quanto rileva l’ultimo aggiornamento del report “Il welfare nei conti degli enti locali”, un’analisi condotta dal Dipartimento politiche sociali e della salute della Cisl in partnership con il Bureau van Dijk, con la collaborazione di Emanuele Padovani del dipartimento di Scienze aziendali dell’Università di Bologna, che misura l’interesse delle politiche locali verso il sociale. Se il valore della spesa sociale dei comuni non è variata di tanto tra il 2013 (ultimo anno disponibile) e il 2012, a calare è la “propensione al sociale” dei comuni, cioè la percentuale di spesa destinata al sociale sul totale di quelle correnti.

Il primo dato che emerge dallo studio riguarda la diminuzione della spesa sociale dal 2009 al 2013 del 2,7 per cento. Tuttavia, il confronto tra gli anni precedenti aveva percentuali peggiori: tra il 2011 e il 2010, infatti, si è registrano un meno 3,7 per cento. Tra il 2012 e il 2011, meno 2,7 per cento. Il confronto 2013-2012, invece, ha un segno positivo, ma si tratta solo di un più 0,3 per cento. “Dalla lettura dei bilanci – spiega il report - emerge che per il settore sociale i comuni italiani dedicano complessivamente risorse destinate al funzionamento dei servizi (tecnicamente le spese correnti), per un importo complessivo pari a circa 7,9 miliardi di euro ovvero poco più di 130 euro per ogni italiano all'anno – spiega il rapporto -. Nell'arco del quinquennio 2009/2013 sono stati persi 250 milioni di euro, con punte fino a meno 29 per cento per la Calabria e meno 13 per cento per Liguria ed Umbria e andamenti in controtendenza nelle regioni Puglia (+25 per cento), Abruzzo (+23) e Basilicata (+7)”.

Quel che preoccupa è la “propensione al sociale”, cioè la percentuale di spesa allocata al sociale su quelle correnti complessive dei comuni. Secondo lo studio “diminuisce, passando da 15,4 al 13,8 per cento della spesa corrente complessiva”. Un dato che mostra come la spesa sociale arretri più di quanto non faccia la spesa corrente complessiva, anche nel 2013. “L'analisi dei bilanci degli enti locali mette chiaramente in luce come il sociale stia arretrando più velocemente della riduzione della spesa corrente complessiva – specifica il report -. Infatti, l'indice di propensione al sociale evidenzia come nel complesso meno del 14 per cento delle spese correnti comunali sono destinate ai servizi sociali, con un trend di costante calo, specie nel quadriennio dal 2010 (15,5 per cento) al 2013 (13,8 per cento)”.

L'arretramento “maggiore e strutturale", spiega il report, colpisce in particolar modo le regioni che “storicamente” hanno una maggiore propensione al sociale. Al contrario, le altre e generalmente quelle del Sud Italia, osservano una diminuzione meno importante. “Ciò potrebbe essere segno di uno sgretolamento del welfare - spiega il report - proprio in quelle regioni che, nel corso degli anni, hanno costruito un sistema robusto di servizi a sostengo della persona e delle famiglie”. Nonostante il trend negativo, spiega lo studio, è il Nord Est che guida la classifica della spesa per il sociale: primo il Friuli-Venezia Giulia, seguito dall'Emilia-Romagna. Ai primi posti anche Sardegna, Lombardia e Marche. Mentre le peggiori sono Molise, Calabria, Basilicata e Campania. Sono i comuni più piccoli a fare più fatica nel veicolare risorse sul sociale. Generalmente quelli con meno di 15 mila abitanti. “Vuoi perché non gestiscono servizi sociali che probabilmente sono concentrati nelle aree urbane, vuoi perché il tessuto sociale è diverso e quindi la domanda di tali servizi è inferiore, oppure perché devono necessariamente dedicarsi prioritariamente ad altre attività”.

Confermata, infine, come nelle passate edizioni dello studio, la correlazione tra rigore di bilancio e propensione al sociale. Chi ha maggiormente i conti in ordine, quindi, spende di più per questo capitolo di spesa. “Dall'analisi dell'intero panorama dei comuni (per il 2013 sono analizzati 7.353 su 8.047 complessivi, ossia il 91 per cento), è possibile confermare quanto già analizzato per gli anni 2011 e 2012, ossia che dove c'è maggiore attenzione al welfare locale generalmente si è in presenza di buona salute finanziaria”. Difficile dire se sia una maggiore attenzione al welfare a determinare più ordine nei conti del bilancio o viceversa. Tuttavia, conclude lo studio, “è evidente che non solo non c'è incompatibilità fra i due elementi che spesso, nella vulgata politica e popolare, sono messi in contrapposizione. Anzi, il rigore di bilancio sembra un elemento compresente nelle situazioni virtuose dal punto di vista di attenzione al welfare”. (ga) 

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