12 marzo 2013 ore: 16:14
Immigrazione

Caporalato, Yvan Sagnet: ''Datori di lavoro responsabili dello sfruttamento''

Nel 2011 da bracciante lottò e vinse contro i caporali a Nardò, in Puglia. Alla fiera milanese del consumo critico (15-17 marzo) presenta il libro "Ama il tuo sogno", che racconta la sua storia. ''La nuova legge sul caporalato è incompleta''
Yvan-Sagnet Yvan-Sagnet

Yvan-Sagnet

MILANO - Prima ha messo ko i caporali che sfruttano i braccianti stranieri, ora lancia la sfida agli imprenditori agricoli: “Non possono risolvere il problema della crisi giocando tutto sul costo della manodopera: ma quando chiediamo la loro attenzione su questi temi, troviamo solo insensibilità”. È coraggioso Yvan Sagnet: sa di esporsi contro poteri forti, ma la sua sete di giustizia è più grande della paura. Del resto, a questo studente prestato all’agricoltura sono bastati 15 giorni per far capire chi è quando due estati fa, a Nardò, insieme a decine di altri braccianti come lui ha organizzato la storica protesta che ha bloccato la raccolta dei pomodori nel Salento e ottenuto l’introduzione del reato di caporalato nella nostra legislazione (art. 603 bis del Codice penale). Yvan interverrà a Fa' la cosa giusta!, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili organizzata da Terre di mezzo, per presentare il libro "Ama il tuo sogno" in cui racconta la sua esperienza in Puglia (sabato 16 marzo, ore 17 in piazza Wi-fi).

Ecco l'intervista che ha rilasciato al giornalista Andrea Rottini su Terre di mezzo - street magazine di marzo. Nato in Camerun nel 1985, dopo il liceo Yvan si trasferisce a Torino per studiare al Politecnico. Per mantenersi fa il pendolare con Milano dove lavora in un supermercato, ma nonostante i sacrifici, alla fine del quarto anno non riesce a dare gli ultimi due esami necessari per la borsa di studio. In un colpo solo perde il lavoro, il posto alla Casa dello studente e la copertura delle tasse universitarie. Così, per rimediare il denaro che gli serve, decide di passare l’estate in Puglia, andando a raccogliere i pomodori. Qui, entra in un girone infernale che mai avrebbe immaginato di trovare in Italia: centinaia di stranieri come lui, africani ma anche immigrati dall’Est europeo, sfruttati fino allo stremo sotto il sole per un pugno di euro, costretti a dormire in baracche e tende di fortuna, in condizioni disumane. Un incubo a cui Yvan cerca di reagire insieme ai suoi compagni di sventura, mettendo in piedi uno sciopero che ha portato il Parlamento a punire il caporalato con la reclusione da cinque a otto anni e la multa da mille a 2 mila euro per ogni lavoratore sfruttato.

Nel primo anno dall’entrata in vigore della nuova legge nel 2011 sono state 42 le persone denunciate o arrestate. Non è un grande numero in confronto alle dimensioni del fenomeno: sei comunque soddisfatto?
Sì, perché almeno abbiamo ottenuto uno strumento che manda in galera i caporali, anche se la legge è incompleta perché i veri responsabili sono i datori di lavoro: ci vorrebbe una norma punitiva anche per loro.

Con il progetto “Invisibili” della Cgil, hai seguito su un camper la “transumanza” dei braccianti in tutta Italia. Che idea ti sei fatto?
I migranti si spostano secondo le stagioni e vanno dove c’è lavoro, ma la loro condizione è la stessa ovunque, dagli agrumeti della Sicilia ai meleti del Trentino. Ovunque il caporalato è un sistema molto radicato e difficile da combattere.

Perché questo scandalo è stato -e continua a essere- così tollerato?
Perché organismi come Coldiretti, Confagricoltura e Cia-confederazione italiana agricoltori non vogliono affrontare direttamente il problema. E soprattutto perché lo Stato è assente: girando le campagne mi sono reso conto che quasi tutti lavorano in nero e gli ispettori del lavoro non fanno ciò che dovrebbero. E, a volte, le istituzioni fanno anche di peggio.

Per esempio?
La scorsa estate, sempre a Nardò, è successa una cosa vergognosa: è stato deciso di chiudere la masseria Boncuri, di proprietà del Comune, dove l’anno prima dormivamo noi braccianti insieme ai volontari della cooperativa Finis terrae e agli attivisti della Brigata di solidarietà attiva. Una decisione presa “a causa della crisi” -hanno detto-, che ci ha costretto a dormire sotto gli ulivi. Ma la ragione vera è che lo sciopero del 2011 ha acceso i riflettori e, siccome davamo fastidio, hanno deciso di punirci.

Come si può scardinare questo sistema?
Anzitutto rispettando i diritti dei braccianti: se le aziende applicassero i contratti collettivi, i migranti non si troverebbero in questa situazione e, con uno stipendio adeguato, potrebbero affittare una casa e dormire in un alloggio degno. Poi si dovrebbero incentivare i controlli e regolare la filiera agricola, spesso legata a un’economia sommersa gestita dalla criminalità organizzata: non si possono pagare i pomodori al contadino 7 centesimi al kg e poi trovarli al mercato a 3-4 euro al kg.

Ci sono appena state le elezioni politiche: hai qualche suggerimento per il nuovo Governo?
Credo che si dovrebbe partire dalle norme sull’immigrazione. Penso che la Bossi-Fini vada cambiata completamente perché legare la permanenza in Italia alla durata del contratto di lavoro produce sfruttamento e ricattabilità. Bisognerebbe introdurre, invece, uno strumento che regoli la domanda e l’offerta di lavoro in modo chiaro e legale, come il vecchio collocamento pubblico.

Intanto, che cosa potete fare voi lavoratori?
Credere in noi stessi. Due anni fa, durante lo sciopero, abbiamo avuto la visita degli imprenditori, che prima non avevamo mai visto: vennero a implorarci di andare a raccogliere il pomodoro che si stava rovinando. In quel momento, abbiamo capito che uniti siamo una forza: e possiamo vincere.

Che cosa dicono in Camerun di tutto questo?
I miei genitori non sono d’accordo con il mio impegno, hanno paura e li capisco, perché quando si parla di queste vicende si pensa subito alla mafia. Anche tra gli amici alcuni la pensano così, altri invece mi sostengono.

Ricevi ancora minacce di morte?
Sono attento e cerco di proteggermi, ma quando metti in difficoltà certi interessi puoi essere attaccato in qualsiasi momento.

Ci sono gruppi su facebook che chiedono per te la cittadinanza onoraria. Se non dovesse arrivare in questo modo, trascorsi 10 anni in Italia la chiederai?
Ringrazio i miei sostenitori, ma ottenere la cittadinanza non è il mio obiettivo.

Durante un’assemblea dell’estate 2011 hai detto ai tuoi compagni: “Siete degli uomini, siete una forza, avete un’intelligenza e conoscete i vostri diritti: non è più l’epoca della schiavitù”. Sembrano parole uscite da un discorso di Barack Obama: che cosa pensi di lui?
È un presidente storico, un simbolo, una figura che ci dà la forza di credere che a questo mondo le cose possono cambiare.
Il nostro augurio è che, in un futuro, anche il figlio di uno straniero e di un’italiana possa andare alla guida del Paese.

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