20 luglio 2017 ore: 15:28
Giustizia

Carcere, a Bologna gli agenti penitenziari chiedono un punto d’ascolto

Il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria di Bologna chiede l’istituzione di un presidio fisico per prevenire il rischio di suicidi tra poliziotti penitenziari. “Obiettivo non più rinviabile. Serve un impegno condiviso perché il carcere riabiliti davvero”
Marta Sarlo/Contrasto Carcere: ombra di agente della polizia penitenziaria

Carcere: ombra di agente della polizia penitenziaria

BOLOGNA - Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati due poliziotti penitenziari originari di Calimera, Lecce, e di Montalto Offugo, Caserta. Entrambi si sono suicidati con la pistola d’ordinanza, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, lo scorso 28 giugno. “Questi casi, purtroppo, non rappresentano un’eccezione, ma sono diventati tristemente la normalità”, ammette Nicola D’Amore, vice segretario provinciale del Sinappe, il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Secondo i rapporti, sono oltre 100 gli agenti di polizia penitenziaria che negli ultimi 10 anni si sono tolti la vita.

Nicola D’Amore è un agente di polizia penitenziaria del carcere bolognese della Dozza: “Io lavoro nel reparto penale, ma i veri problemi, come abbiamo più volte denunciato, riguardano il primo piano, quello giudiziario, dove ci sono persone in attesa di giudizio e detenuti con pene brevi da scontare”. E snocciola una lunga serie di eventi critici che hanno riguardato quella sezione: un piccolo incendio appiccato da un detenuto nella sua cella; la produzione interna di un distillato e i conseguenti problemi di salute per l’assunzione contemporanea di farmaci e alcol; l’accorpamento per gruppi etnici e il rischio di atteggiamenti violenti e proselitismo religioso; i pestaggi tra detenuti; le aggressioni agli agenti; i problemi di convivenza con le tossicodipendenze. “È un lavoro molto complicato, dove quotidianamente si assiste a dinamiche che vanno a impattare sul nostro lavoro. Non tutti sono capaci, una volta usciti dal carcere, di smettere di pensarci. I suicidi degli agenti sono un problema in crescita: per questo abbiamo chiesto l’istituzione di un punto d’ascolto, per prevenire questo tipo di comportamenti. Un punto d’ascolto che potrebbe tornare utile anche agli educatori, con i quali condividiamo molti dei nostri problemi”. L’ultimo caso di suicidio tra gli agenti di polizia penitenziaria della Dozza risale allo scorso dicembre: “Chiediamo un presidio gestito da professionisti specializzati. Riteniamo questo obiettivo non più rinviabile, né da parte della Direzione della casa circondariale, né dall’Azienda Usl competente”.

I poliziotti penitenziari, spiega D’Amore, non hanno una formazione adeguata al ruolo che sono chiamati a ricoprire, e nessun corso d’aggiornamento è previsto. “Anche noi abbiamo una funzione educativa, ma non ci sono le condizioni per realizzarla. Troppi detenuti, pochi agenti”. Secondo i dati diffusi dall’Associazione Antigone, al 30 giugno erano 771 i detenuti presenti (su una capienza di 495) e circa 500 agenti: “Il sistema ormai si è abituato e adagiato a coprire l’intero reparto detentivo con una sola unità nel turno notturno e con evidenti carenze nelle prime ore del mattino. Il riferimento è specialmente alla fascia oraria tra le 6 e le 8 del mattino, quando il reparto è costantemente sotto unità”, ha denunciato Vitaliano Cinquegrana, segretario provinciale del Sinappe.  

“Non possiamo arrenderci di fronte a questa evidenza. Abbiamo la dimostrazione che, quando c’è l’impegno congiunto, le cose belle si possono fare”, continua D’Amore. Il riferimento è alla squadra di rugby Giallo Dozza, che unisce con successo atleti-detenuti di tante nazionalità diverse, al caseificio recentemente inaugurato, al Polo universitario, “isola felice al primo piano”: “In generale, tutte le attività lavorative e ricreative sono la prova che il carcere può essere davvero riabilitante. Certamente la situazione è migliorata rispetto a 10 anni, ma di strada ce ne è ancora molta da fare – conclude D’Amore –, ma serve l’impegno di tutti i soggetti coinvolti: agenti, educatori, detenuti, amministrazione penitenziaria, Azienda Usl, istituzioni. Perché l’esterno possa sempre più spesso – e con più convinzione – entrare all’interno di queste mura”. (Ambra Notari)

© Riproduzione riservata Ricevi la Newsletter gratuita Home Page Scegli il tuo abbonamento Leggi le ultime news