25 luglio 2017 ore: 09:30
Giustizia

Carcere, lavoro da reinventare. Ecco le proposte per chi si impegna nel sociale

Gli esperti delle commissioni ministeriali per la delega penitenziaria studiano la formula per rilanciare “uno degli elementi principali del trattamento”. Intervista a Pasquale Bronzo: senza lavoro o formazione difficilmente ci può essere vera rieducazione

ROMA – “Incremento delle opportunità di lavoro, sia dentro che fuori dal carcere, e delle attività di volontariato individuale e di reinserimento sociale, anche attraverso il potenziamento del ricorso al lavoro domestico e a quello con committenza esterna, aggiornando quanto il detenuto deve a titolo di mantenimento”. Lavoro in evidenza per gli esperti chiamati dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nelle commissioni impegnate a formulare proposte per la riforma dell’ordinamento penitenziario e del sistema delle misure di sicurezza. Ma cosa prevede al momento la legge e come si vorrebbe intervenire per modificarla? Lo spiega a Redattore Sociale Pasquale Bronzo, ricercatore di Procedura penale alla Sapienza di Roma, docente di Diritto penitenziario, componente del comitato scientifico della commissione Giostra, che all’interno del volume “Proposte per l’attuazione della delega penitenziaria” ha approfondito il tema specifico.  

Professore, che cosa prevede al momento l’ordinamento penitenziario sul tema lavoro?
Una volta il lavoro penitenziario era un modo per rendere più dura la carcerazione, oggi, al contrario, è tra gli elementi centrali del trattamento penitenziario, e dunque uno strumento di riscatto personale: l’impegno lavorativo, oggi sempre volontario, insieme all’istruzione e alla formazione professionale, aiutano ad acquisire competenze a chi spesso non ha istruzione, né formazione, né ha mai lavorato, preparano al ritorno del detenuto nella società libera, danno ‘senso’ al ‘tempo’ del carcere. Eppure questa centralità del lavoro nella legge è tradita nella realtà, per la cronica ed endemica mancanza di offerta lavorativa. Questo dipende da tante cose ma soprattutto, da una parte, dall’obiettiva difficoltà di creare e gestire questo tipo di offerta trattamentale, che richiede investimenti finanziari ingenti e abilità lontane da quelle tradizionalmente connesse alla mission dell’amministrazione penitenziaria. E, dall’altra, dalla particolarità della popolazione carceraria, piena di problemi e di varie specie di ‘fragilità’.

Cosa cambierebbe con le modifiche proposte?
La delega parla di ‘incremento delle opportunità di lavoro retribuito’ e delle ‘attività di volontariato individuale e di reinserimento sociale’: sono indicazioni di scopo, i mezzi sono tutti da studiare. Per un verso, bisognerebbe creare nell’amministrazione penitenziaria, o fuori da essa, strutture specializzate e dedicate che sappiano anche fare incontrare domanda ed offerta, offerta e attitudini personali. Per altro verso, occorre pensare anche ad occupazioni che non configurino lavoro in senso giuridico, ma che siano in grado di migliorare la persona, e premiarla, anche senza assicurargli un compenso in senso tradizionale.

Come si potrebbe risolvere secondo lei la cronica carenza di lavoro in carcere?
Il lavoro intramurario, che è quello meno problematico rispetto alle esigenze di sicurezza e di custodia dei reclusi, deve essere reinventato. Del resto, il continuo disinvestimento nelle finanziarie degli ultimi anni rispetto al lavoro penitenziario (anche agli sgravi contributivi della legge Smuraglia) non danno scelta. Si dovrebbe pensare a lavorazioni senza costi retribuitivi ma solo contributivi ed assicurativi, i cui proventi siano devoluti a scopi sociali, ad esempio ad alimentare fondi di solidarietà per le vittime di reato, che anche l’Europa negli ultimi anni ci chiede di creare.

Perché il lavoro di pubblica utilità, introdotto da anni nel nostro ordinamento, stenta a decollare?
Credo perché il lavoro di pubblica utilità, ad oggi, è quasi soltanto una sanzione che sostituisce la pena tradizionale, prevista per reati di poco conto e scarsamente utilizzata perché i procedimenti per questo tipo di reati spesso non arrivano neppure alla decisione definitiva. Concepito invece come modalità di trattamento carcerario da assicurare a tutti quelli che sono condannati ad una pena detentiva, il discorso cambia.

Quali sono, a suo parere, le resistenze maggiori che queste proposte di modifica potrebbero incontrare? E perché?
In passato, in altri Paesi, alcuni istituti di lavoro penitenziario non retribuito hanno caratterizzato regimi autoritari, oppure sono stati applicati male e perciò sono stati abbandonati. Questo ha creato una cattiva fama. Però è possibile costruire figure che siano in armonia coi principi generali del sistema. Poi, è chiaro che comunque istituti giuridici così delicati vanno ben amministrati, innanzi tutto. Questo tipo di lavoro potrebbe essere incentivato anche con sconti di pena, ulteriori a quelli già previsti dalla liberazione anticipata speciale: impegnarsi nel lavoro ha un altissimo valore, in termini di progressione trattamentale, e impegnarsi in lavori socialmente utili lo è ancor di più. Troverei giustificato desumerne un diminuito bisogno di carcerazione: l’‘adesione al trattamento’, che già oggi, e da tradizione, giustifica l’anticipazione del fine pena nella liberazione anticipata, in questo caso si presenterebbe come una adesione particolarmente qualificata e dunque potrebbe giustificare, a mio parere, una decurtazione ulteriore.

Quanto inciderebbero le modifiche sulla qualità della vita dei detenuti, sulla loro formazione professionale e sul trattamento penitenziario?
Senza lavoro o formazione difficilmente ci può essere vera rieducazione. (Teresa Valiani)

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