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16 gennaio 2014 ore: 13:01
Giustizia

Carcere, vietato indossare abiti di lusso: “altera i rapporti tra i detenuti”

Sentenza della Cassazione: le persone recluse devono vestire con abiti “puliti e convenienti” e senza un “consistente valore economico”. L’esperto: “Norme per garantire par condicio e impedire condizionamenti”. Favero: ma quasi nessuno può permetterseli
Stefano G. Pavesi/Contrasto Carcere, detenuto legge dietro a grata

ROMA – Vestiti “puliti e convenienti” e senza un “consistente valore economico”, in ogni caso niente lusso. Sono queste le regole per il guardaroba dei detenuti nelle carceri italiane. A metterlo bene in chiaro è la Corte di Cassazione, che recentemente ha annullato senza rinvio un’ordinanza del magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, che aveva accolto il reclamo di due detenuti in regime di 41bis. Il divieto riguarda non solo i vestiti, ma anche gli accessori e qualsiasi altro oggetto di cui possono disporre le persone recluse, anche se di particolare valore morale o affettivo. E questo vale per tutti, anche per i detenuti sottoposti a regimi speciali.

box “Le ragioni di questo divieto sono molteplici - spiega Francesco Picozzi, esperto di diritto penitenziario e autore di un articolo in merito sulla rivista L’Eco dell’Istituto superiore di studi penitenziari -. Innanzitutto, come ha messo in evidenza la Corte di Cassazione, consentire l’utilizzo di capi di lusso altererebbe la ‘par condicio’ fra le persone detenute”. Per Picozzi non è una questione di moralismo, “si tratta piuttosto di impedire che, anche all’interno del carcere, si ripropongano forme di ostentazione della ricchezza e del potere tipiche del mondo criminale”. L’obiettivo è, inoltre, di evitare che detenuti più ricchi possano condizionare quelli più poveri, “magari con lo scopo di ottenere il loro aiuto in attività non consentite, come il supporto in un’evasione”.

Per dirla tutta, le restrizioni sul vestiario sarebbero, sulla carta, molto più severe. La legge, infatti, prevede che i condannati a pena detentiva superiore a un anno indossino un vestito a tinta unita fornito dall’amministrazione penitenziaria. In stile americano, in sostanza. “In realtà - precisa Picozzi -, in base a una consolidata prassi, tale norma non viene applicata. Alcuni esperti lo considerano un bene, poiché il fatto di poter scegliere come vestirsi viene ritenuto utile a evitare un’eccessiva spersonalizzazione dell’individuo”.

Sulla questione è intervenuto direttamente anche il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che nel 2011 ha emesso una circolare invitando tutte le direzioni a evitare “la formazione di interi guardaroba” di lusso da parte dei ristretti. Né la circolare né la legge indicano chiaramente, però, un numero massimo di capi consentiti. Ma i margini sono stretti: “Certo, si potrebbe discutere su cosa debba intendersi per capo di ‘consistente valore economico’ – sottolinea l’esperto -, su dove si ponga il confine fra oggetto ‘normale’ e bene ‘di lusso’. Ma questa sembra una questione da risolvere, caso per caso, con il buon senso dei direttori penitenziari”.

Il tema del lusso negato non appassiona Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, molto critica sull’argomento: “Francamente vedo tanta di quella miseria in carcere che non so davvero a chi possa interessare la negazione di abiti griffati – commenta -. Certo non è un problema centrale rispetto alle tante questioni ancora aperte. Si rischia, anzi, di dare un’idea distorta dei detenuti, la stragrande maggioranza dei quali non può certo permettersi un abito di lusso”. (gig)

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