9 marzo 2023 ore: 15:17
Giustizia

Carceri, il sindacato polizia penitenziaria: “A tre anni dalle rivolte, hanno vinto loro!”

Il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, in occasione del terzo anniversario delle 57 rivolte in altrettanti istituti italiani, con 13 morti e un totale di 7.517 detenuti partecipanti. “Una regia ‘occulta’ ha guidato le rivolte sfruttando la paura della pandemia per puntare su amnistia e indulto attraverso l’utilizzo dei detenuti più deboli. Lo Stato ha perso l’occasione per imporre il suo controllo delle carceri”
Carcere, sbarre, ombra detenuto

ROMA - “A tre anni esatti dalle tragiche rivolte nelle carceri italiane - la prima risale al 7 marzo 2020 nel carcere di Salerno, ma il giorno successivo a Modena si scatena l’inferno segnando l’effetto domino in altre carceri – la conclusione è che l’hanno vinta loro, perché il comando degli istituti penitenziari è ancora nelle mani di boss e criminali”. È il secco commento del segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria (S.PP) Aldo Di Giacomo nel terzo anniversario delle 57 rivolte in altrettanti istituti coinvolti nei disordini, con 13 morti, per un totale di 7.517 detenuti partecipanti e 9 milioni di euro di danni (per fermarsi ai danni più evidenti).
“A Foggia la rivolta è sfociata nell’evasione di 72 detenuti, alcuni poi rientrati in carcere volontariamente, altri catturati dalle forze dell’ordine. Quanto alle morti – riferisce Di Giacomo – le rivolte, come ha accertato la commissione Lari, hanno facilitato l’accesso dei detenuti ai medicinali, prima causa dei decessi”.

“Intanto è il caso di ricordare – aggiunge – che in questi tre anni c’è stato almeno un centinaio di mini rivolte quasi tutte con le stesse modalità, vale a dire l’incendio di materassi e suppellettili in cella per scatenare disordini. Solo per l’intervento degli agenti, la loro professionalità è stato possibile evitare che si ripetessero i fatti della stagione delle rivolte 2020. Su un elemento credo non ci possano essere più dubbi perché a sostenerlo sono le inchieste di magistrati antimafia: una regia ‘occulta’ ha guidato le rivolte sfruttando la paura della pandemia per puntare su amnistia e indulto attraverso l’utilizzo dei detenuti più deboli e ricattabili, la cosiddetta ‘manovalanza’ dei boss. Nulla è stato casuale e per il tragico svolgimento dei fatti non poteva essere diversamente”.

“Il nostro giudizio sulle responsabilità dei Governi che si sono succeduti negli ultimi tre anni e della politica deriva principalmente dalla profonda e grave sottovalutazione di quanto è accaduto – continua il responsabile sindacale -. L’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non ha commentato la tragedia per giorni, poi si è limitato a palare di ‘atti criminali’ dei detenuti e liquidando le morti come ‘perlopiù causate da abusi di sostanze’, sino a istituire un comitato di saggi e commissioni di indagine che non hanno prodotto risultati soddisfacenti. Dopo tre anni, proprio come se nulla fosse accaduto e come se la ‘lezione’ delle rivolte non avesse insegnato nulla, la situazione delle carceri è in questi pochi ma significativi numeri che si ripetono ogni anno dal 2020: circa 400 aggressioni ad agenti, 1800 telefonini rinvenuti, qualche centinaia di kg di sostanze stupefacenti sequestrata, 84 suicidi di detenuti lo scorso anno (10 già nei primi due mesi dell’anno di cui 2 a Roma e Pescara nelle ultime 24 ore)”.

“Sui telefonini – strumento essenziale per l’effetto domino rivolte - è innegabile che le più avanzate tecnologie sia per droni che sfuggono a controlli (ammesso che nelle carceri ci siano strumentazioni idonee ad intercettare voli o sistemi di allarmi anti-intrusione) che per i mini-telefonini di dimensioni sempre più piccoli facilitino l’introduzione dei cellulari. Ma continuiamo a chiederci come si attrezza l’Amministrazione Penitenziaria per bloccare il mercato dei telefonini se non grazie al lavoro del personale penitenziario che con grande professionalità riesce a trovarli e sequestrarli. Quanto alla crescente richiesta di comunicazioni con l’esterno è il caso di evidenziare – dice Di Giacomo – che i boss non si limitano certo a telefonare alle mogli. Tanti magistrati anti mafia hanno accertato che i comandi per operazioni sui territori partono proprio dalle celle delle carceri e persino richieste estorsive. Dalle tante indagini, condotte praticamente in ogni angolo d’Italia, è venuto alla luce che boss mafiosi impartivano disposizioni ai loro sottoposti in libertà, ladri e trafficanti che usavano i dispositivi elettronici, introdotti illecitamente dietro le sbarre, per dare direttive ai loro complici a piede libero per proseguire le attività illecite”.

“Ad agevolare l’uso disinvolto dei cellulari è la parziale applicazione del decreto legge numero 130, entrato in vigore dal 21 ottobre 2020, secondo il quale introdurre e detenere telefonini in carcere è un reato, che viene punito con pene che vanno da uno a quattro anni di reclusione. I detenuti in possesso di cellulari sanno che difficilmente incappano in una nuova condanna. In definitiva - conclude Di Giacomo – lo Stato ha perso l’occasione della ‘stagione delle rivolte’ per imporre il suo controllo delle carceri e non lasciarlo nelle mani dei boss e criminali”.
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