15 ottobre 2018 ore: 15:40
Immigrazione

Caso Lodi, l'avvocato: "Non è il comune a decidere chi è povero"

La scelta della sindaca Sara Casanova è illegittima perché solo lo Stato stabilisce chi è povero e quali documenti lo dimostrino. "È una questione di uguaglianza e uniformità", spiega Alberto Guariso, l'avvocato che segue il ricorso delle famiglie straniere lodigiane
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MILANO - Il caso Lodi non è solo una questione di certificati in più, richiesti dal Comune alle famiglie straniere che vogliano beneficiare di una quota ridotta per la mensa dei figli. E non è solo una questione di discriminazione verso gli immigrati. La scelta della sindaca di Lodi, Sara Casanova, e della sua giunta, di pretendere che i genitori stranieri presentino, oltre all'Isee, anche un'ulteriore certificazione da cui risulti che non sono proprietari di immobili, mobili e redditi nel Paese d'origine, riguarda tutto il sistema di welfare italiano. ”È lo Stato, come previsto dal Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 159 del 2013 che stabilisce i criteri con cui si accerta se una persona è povera o meno e non il singolo comune", spiega Alberto Guariso, avvocato che con l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, sta curando il ricorso in Tribunale di alcune famiglie straniere residenti a Lodi. "Questo Decreto del 2013 regola l'Isee e disciplina i criteri di accesso alle prestazioni sociali agevolate prevedendo che le regole ivi stabilite costituiscono 'livello essenziale delle prestazioni' ai sensi dell’art. 117 Cost. e dunque tutte le Amministrazioni, allorché erogano una prestazione sociale, sono tenute ad attenersi ai quei criteri".

Il caso Lodi, insomma, è una questione che mina il principio di uguaglianza e di uniformità del Welfare. "Non è pensabile che ogni comune o ente locali aggiunga criteri o certificati a piacimento -aggiunge Guariso-. Una persona è povera sia a Milano che a Palermo, allo stesso modo. E i criteri di accesso devono essere gli stessi ovunque". Se ogni ente locale potesse stabilire chi è povero o meno, si arriverebbe al paradosso che con un determinato reddito si è considerati bisognosi in una città e "non poveri" in un'altra. Si arriverebbe al paradosso che cittadini a parità di condizioni possono ottenere in un comune servizi che in altri vengono negati.

"La procedura Isee è articolata in una Dsu-Dichiarazione sostitutiva unica (di provenienza dell’interessato) redatta con modalità che non prevedono alcuna distinzione tra italiani e stranieri -spiega Guariso-. Alla Dsu seguono le verifiche di Inps e Agenzia dell’Entrate e infine il rilascio dell’Isee, che non costituisce quindi autocertificazione ma attestazione pubblica del livello di reddito ai fini appunto dell’accesso a prestazioni sociali agevolate. L’Amministrazione comunale non ha dunque alcun potere di inserirsi in un procedimento stabilito in sede statale e ritenerlo insufficiente, gravando così il solo immigrato di oneri eccedenti ciò che, per lo Stato, costituisce “livello essenziali delle prestazioni”.

Il caso di Lodi non è però l'unico. Regolamenti simili sono stati adottati dal Comune di Palazzago, dall’Azienda sociale sud Est Milano per l'accesso ad alcune prestazioni sociali e dalla Regione Veneto per il bonus scuola. (dp)

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