11 febbraio 2020 ore: 12:47
Famiglia

Che cosa succede ai ragazzi che escono dalle comunità? Un progetto per aiutarli

Sos Villaggi dei bambini ha avviato il progetto "Leaving Care", con l’obiettivo di fornire competenze specifiche agli operatori in materia di accompagnamento e preparazione dei ragazzi nella fase di transizione
Minori, comunità, scarpe in cerchio - SITO NUOVO
ROMA - Il termine tecnico è care leavers e sta a indicare la situazione di circa 3.000 ragazzi in Italia, per i quali il passaggio all’età adulta segna anche l’inizio di un periodo di incertezza: hanno vissuto fino ai 18 anni in affidamento o in comunità e al raggiungimento della maggiore età, con lo scadere della tutela legata al loro status di minorenni, sono costretti a lasciare il sistema di accoglienza. Un fenomeno che a livello globale riguarda 64 milioni di giovani in tutto il mondo  mettendoli a rischio di povertà, esclusione sociale e sfruttamento.

Nel 2018 Sos Villaggi dei bambini ha avviato il progetto "Leaving Care" con l’obiettivo di fornire competenze specifiche agli operatori in materia di accompagnamento e preparazione dei ragazzi nella fase di transizione. “I care leavers sono ragazzi che iniziano a costruirsi il loro presente e a disegnare il proprio futuro. Il nostro compito è guidarli in questa delicata fase di transizione - spiega Roberta Capella, direttrice di Sos Villaggi dei Bambini - . La formazione offerta attraverso Leaving Care ha avuto un focus sull’accompagnamento e la preparazione dei ragazzi all’uscita da percorsi di accoglienza fuori famiglia, affinché sia prassi per i professionisti il coinvolgimento e la partecipazione attiva dei care leavers per costruire con loro il progetto di accoglienza e di transizione verso l’autonomia. Spesso quest’ultimo aspetto non viene adeguatamente pensato e progettato insieme al ragazzo, che al compimento dei 18 anni non gode più del supporto della tutela minori - spiega - . Un fatto che non dovrebbe essere vissuto come un evento ma come un processo che inizia già il primo giorno di presa in carico, in modo che gli operatori possano supportare gradualmente il bambino e il ragazzo ad acquisire via via sempre più autonomia e competenze per poter un giorno essere pienamente indipendente. Ci auguriamo che l’esperienza di Leaving Care possa diventare una valida alternativa in materia di proposte formative rivolte agli operatori perché i risultati che questo progetto sta dando sono davvero incoraggianti”.

Nella pratica, il progetto Leaving Care ha fornito agli operatori una formazione a 360 gradi anche in materia di diritto, attenzione agli aspetti emotivi, conoscenza di strumenti e metodologie per supportare gradualmente i giovani senza adeguate cure parentali a gestire problemi e situazioni che incontreranno nella vita quotidiana, a inserirsi nel mondo del lavoro e a cercare un’abitazione. Sono stati introdotti nuovi stimoli e metodologie che si sono intrecciate con le esperienze vissute dai care leavers.Il progetto  da un lato ha formato oltre 200 operatori tra Lombardia, Piemonte, Veneto, Trentino, Lazio e Sicilia per dare loro competenze specifiche in grado di aiutare i neo maggiorenni sui temi del diritto al lavoro, all’istruzione e alla casa e, dall’altro, ha coinvolto gli stessi care leavers nelle attività di progetto di formazione dei professionisti e di promozione dei loro diritti. 

Durante la tavola rotonda i partecipanti hanno posto l'attenzione sulla qualità dei percorsi di uscita dall'accoglienza e sulla sostenibilità economica delle azioni di supporto ai care leavers.
"L'approvazione, in prima lettura alla Camera, dell'emendamento della deputata Emanuela Rossini per il finanziamento di ulteriori 9 milioni di euro fino al 2024 del Fondo sperimentale a favore dei giovani in uscita dal percorso di accoglienza e il prolungamento dai 21 ai 25 anni del percorso di accompagnamento per completare un percorso universitario sono la dimostrazione che è importante proseguire nel sostegno all'autonomia di questi giovani”, ha commentato Roberta Capella.

© Copyright Redattore Sociale