8 aprile 2015 ore: 11:39
Giustizia

Chiude l’Alta sicurezza del carcere di Padova. “Una deportazione che spezza tante vite”

Ne dà notizia Ristretti Orizzonti sulla sua pagina Facebook. Paura e delusione tra i detenuti. Giovanni: “Non buttate via la mia esistenza”. Giuseppe: “Qui ho incominciato a pensare, a sognare, e soprattutto a sperare”
Carcere di Padova (Alta sicurezza)

PADOVA - Chiude la sezione di Alta Sicurezza di Padova. A darne notizia è Ristretti Orizzonti a mezzo Facebook, che con amarezza parla di “una ‘deportazione’ che spezza tante vite, interrompe percorsi, tronca legami familiari faticosamente ricostruiti”.

La redazione che opera nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova - cui partecipano anche alcune delle persone che saranno trasferite - commenta: “È desolante che le persone detenute troppo spesso siano trattate come pacchi e spostate senza avere la minima possibilità di decidere qualcosa della loro vita”. Un pensiero va anche alle famiglie, “costrette a viaggi sfiancanti, costosi, per vedere i loro cari per poco tempo in sale colloqui squallide”.

Ristretti Orizzonti dà voce alla rabbia e alla delusione di molti detenuti, pubblicando una serie di testimonianze. “Insieme alla distruzione degli affetti – scrive Gaetano Fiandaca -, viene cestinato anche il percorso che un detenuto per anni svolge con impegno costante”. Antonio Papalia, detenuto dal 1992, è a Padova dal 2009: “Da subito, ho intrapreso un percorso di rieducazione iscrivendomi alla scuola media superiore dove sto frequentando il 5° anno, cioè l’ultimo, per poter prendere il diploma di ragioneria. Da quando sono in questo istituto, ho avuto la possibilità di avere più colloqui con la mia famiglia. Prego, quindi, che non mi trasferiscano”.  Demetrio Sesto Rosmini, condannato all’ergastolo, studia e lavora nel laboratorio di cucito: “Il mio reinserimento in questo istituto è in pieno svolgimento e un mio trasferimento sarebbe come perdere di colpo tutti i miei 25 anni di carcerazione”.

Ernesto Cornacchia è arrivato nel carcere di Padova nel 2013, dopo 8 anni in regime di 41 bis ad Ascoli Piceno, “dove la mia carcerazione è stata un calvario per me e per la mia famiglia. Da quando sono arrivato a Padova abbiamo trovato un po’ di serenità. Mi è nato anche un bambino che adesso vedo tutti i mesi, ma se mi portano in Sardegna non so quando lo potrò rivedere”.  Giovanni Zito, ergastolano, è “stanco, distrutto, perché sono stato trasferito da un carcere all’altro come un pacco postale, causando disagi enormi alla mia famiglia. Sono stato all’Asinara, Viterbo, L’Aquila, Novara, Cuneo, Voghera, Carinola, per approdare alla fine in questo istituto dove mi sento rinato e pieno di vitalità. Non buttate via la mia esistenza, lasciatemi vivere migliorando sempre di più, non lasciate la mia vita vuota, fate di me un uomo nuovo, io sono pronto”. Giuseppe D’Agostino scrive: “Sarà vanificata ogni cosa fatta fino adesso, tutte le rinunce, le notti trascorse a studiare, non saranno servite a nulla. Non chiedo nulla di eccezionale se non di avere la possibilità di potermi diplomare per poi continuare a studiare, così almeno potrò rendere la mia esistenza e la mia presenza in carcere in qualche modo utile per la società”.

“Qui ho incominciato a pensare, a sognare, e soprattutto a sperare – dice Giuseppe Zagarin -, dando a mia volta speranza alla mia famiglia che da ormai ventiquattro anni circa mi segue in questo inferno senza fine”. E Ignazio Bonaccorsi ha paura “di perdere quel calore familiare che avevo trovato con i professori, i volontari e il resto, non potrò più beneficiare delle telefonate straordinarie, e questo significa perdere la mia famiglia. Forse era meglio rimanere cattivo, almeno non avrei conosciuto questa umanità che ora perderò”. (gig) 

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