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26 ottobre 2019 ore: 12:45
Società

Cile, “la crisi del mercato globalizzato è scaricata sulla povera gente"

di Ambra Notari
Alfonso Molina, presidente della Fondazione mondo digitale, cileno rifugiato negli anni Settanta in Inghilterra e dal 2001 a Roma. “In strada i millennials e la generazione Z: in Cile, come da tradizione, gli studenti rappresentano la coscienza sociale del Paese, e sono molto agguerriti”
Cile

Manifestazione a Santiago del Cile

Classe 1949, Alfonso Molina, doppio passaporto britannico e cileno, oggi è il direttore scientifico della Fondazione mondo digitale, realtà che da quasi 20 anni – nacque nel 2001 come Consorzio gioventù digitale sotto la guida di Tullio de Mauro – lavora per una società della conoscenza inclusiva coniugando innovazione, istruzione e valori fondamentali. Mission, promuovere la condivisione della conoscenza con particolare attenzione alle categorie a rischio di esclusione (anziani, immigrati, giovani disoccupati ecc.). Molina è nato e cresciuto in Cile fino a quando, nel 1973, il colpo di Stato di Pinochet lo costrinse alla fuga: visse 7 mesi in Argentina nel periodo della cosiddetta guerra sporca, contesto che lo convinse a rifugiarsi in Gran Bretagna. Ed è l’Inghilterra, soprattutto Edimburgo, che per trent’anni ha accompagnato la sua crescita e sostenuto il suo percorso accademico, fino alla professorship. “Avevo raggiunto l’apice e cominciavo a perdere entusiasmo nella carriera accademica: non amo i ruoli da burocrate. Così mi sono trasferito in Italia, a Roma, dove mi sono messo al lavoro con la Fondazione mondo digitale”.

 

La crisi del modello globalizzato nel paese che lo aveva abbracciato

“Se sono tornato in Cile? Sì, 19 anni dopo la fuga, oggi ci torno spesso, ogni anno quando mio figlio finisce la scuola: a Santiago ci sono i miei fratelli, i cugini. Per me è importante che conosca le sue radici”. Per commentare la situazione attuale nello Stato sudamericano, Molina cita proprio il golpe di Pinochet: “Allora entrò in crisi il modello nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi sta entrando in crisi il modello globalizzato. Dagli Stati Uniti in giù, i nazionalismi stanno riprendendo fiato. In tutti questi anni abbiamo assistito al predominio totale del mercato in chiave neoliberale. Anche il Cile ha applicato questo modello, facendosi guidare dai Chicago Boys, quella classe di economisti cileni formatisi all’Università di Chicago di Milton Friedman e Arnold Harberger”. Un modello alla base anche del thatcherismo e della politica reaganiana, sfociato nel mercato globalizzato che ha predominato fino alla fine del secolo scorso, quando ha cominciato a mostrare la corda, in contemporanea alla nascita del “Popolo di Seattle”, il movimento no-global, che tra i primi ha messo l’accento sulla disuguaglianza. “Un paio di anni fa il rapporto di Credit Suisse ha dimostrato che metà della ricchezza globale è nelle mani dell’1 per cento della popolazione mondiale. E il solco tra i miliardari e i più poveri sta diventando sempre più profondo”.

 

Quella distribuzione equa della ricchezza che la globalizzazione non ha creato

Molina spiega che, come la guerra ha creato distruzione e disagio, la globalizzazione non ha prodotto, sebbene fosse nei suoi intenti, una distribuzione più equa della ricchezza: al contrario ha aumentato il gap: “Il capitalismo produce sempre più ricchezza, ma concentrata nelle mani dei settori più ricchi. Con la crisi del 2008 il modello neoliberista è definitivamente entrato in crisi e ancora ne stiamo pagando le conseguenze. Il potere ha salvato le banche – ricordate il Too big to fail? –, scaricando la crisi sulla povera gente. Come è successo in Cile”. Molina parla di “sistema drogato”, e il rincaro del biglietto della metro (il quarto di seguito) è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come spiega il direttore di Fmd, circa il 70 per cento della popolazione cilena non raggiunge uno stipendio di 700 dollari al mese, la pensione minima si attesta sui 200 dollari: “Il Cile veniva presentato come l’oasi sudamericana neoliberista: effettivamente, la povertà assoluta è stata quasi eliminata, ma si è ampliata la platea dei ceti medio-bassi”. È tra i Paesi più diseguali al mondo: un parlamentare può guadagnare fino a 11 mila dollari al mese, la classe politica gode di enormi privilegi ai quali tutti, di ogni colore, fanno fatica a rinunciare. Di contro, gran parte della popolazione è indebitata. E poi c’è la corruzione dei politici, gli scandali nelle forze armate, un astensionismo record alle urne.

 

La protesta è del popolo. Ma cosa succederà?

“Oggi in strada ci sono i millennials e la generazione Z (i nati dopo il 2000, ndr): in Cile, come da tradizione, gli studenti rappresentano la coscienza sociale del Paese, e sono molto agguerriti. Un aspetto che mi stupisce è che nessun partito sta guidando la ribellione: è davvero la protesta del popolo. E non mi pare nemmeno che ci sia un partito pronto a prendere le redini per uscire da questa situazione: il più affine mi sembra il Frente Amplio, quello degli studenti che tra 2006 e 2011 scesero in piazza contro la presidente Bachelet contro l’estrema privatizzazione del sistema scolastico e che poi furono eletti in parlamento. Ma sono perplesso: la gente non ne vuole più sapere di politici. Cosa succederà? L’esercito è in strada, si teme un altro golpe. Forse la rinuncia di Piñera potrebbe essere una risposta. A quel punto, però, dovrà essere individuata una specie di costituente per cominciare a ricostruire”. Redistribuzione della ricchezza verso il popolo, rinuncia da parte della classe dirigente di alcuni privilegi, volontà di dar vita a un nuovo umanesimo fondato sul desiderio di conoscenza e inclusione: è questa la ricetta di Molina per il Cile del futuro. 

 

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