26 marzo 2019 ore: 10:02
Salute

Circoncisioni, procedure eterogenee. I pediatri: "Servono percorsi condivisi"

Simona La Placa è la responsabile del gruppo di lavoro nazionale per il bambino migrante della Società italiana di pediatria. In corso un monitoraggio sulle diverse realtà territoriali. “Sensibilizzare famiglie e professionisti sulla necessità di eseguire la pratica in sicurezza”
Sanità, nuovi lea - SITO NUOVO

BOLOGNA - Dopo il caso dei due gemelli della provincia di Roma sottoposti alla circoncisione rituale poco prima di Natale (uno dei due non era sopravvissuto), la Società italiana di pediatria ha dato il via a un monitoraggio per capire cosa succede nelle diverse realtà territoriali per ciò che riguarda la pratica della circoncisione rituale maschile. In questi giorni se ne torna a parlare in seguito al caso di Scandiano, nel reggiano, dove un bambino di 5 mesi sottoposto a circoncisione in casa da parte dei genitori è morto in ospedale.
“La pratica della circoncisione rituale maschile non rientra nei Livelli essenziali di assistenza e sul territorio nazionale c'è una grande eterogeneità di accesso alla procedura – spiega Simona La Placa, responsabile gruppo di lavoro nazionale per il bambino migrante della Società italiana di pediatria –. Ci sono realtà in cui è possibile eseguirla in ospedale, in day hospital o day surgery e altre in cui non è possibile”.

Oggi i genitori che per motivi religiosi o culturali vogliono far circoncidere il proprio figlio trovano risposte diverse nell'ambito del Servizio sanitario regionale: si va dal riconoscimento nell'ambito dei Lea da parte della Regione Toscana, “dove la procedura è a carico del Servizio sanitario regionale”, alla possibilità di eseguirla a carico del richiedente con la tariffa in vigore per la circoncisione terapeutica in Friuli Venezia Giulia fino alla completa assenza di risposta da parte di altre regioni. “Dove non ci sono risposte o dove l'unica possibilità è rivolgersi ai privati, con costi elevati, le famiglie intervengono in maniera casalinga con il rischio di complicanze – spiega La Placa – a causa di procedure eseguite da personale non medico in condizioni non di sicurezza per il bambino. Gli esiti possono esporlo a infezioni o emorragie o metterlo in pericolo di vita”.

Obiettivo del monitoraggio, i cui risultati saranno resi noti ad aprile, è quello di condividere le buone pratiche e proporle nelle altre realtà. “Spesso anche dove sono presenti percorsi, questi non sono realmente accessibili perché troppo costosi per le famiglie: la compartecipazione va da qualche centinaia a un migliaio di euro – spiega La Placa –. Ecco perché servono percorsi eralmente accessibili, che consentano un compromesso tra il costo che deve sostenere il Servizio sanitario e quello che può sostenere la famiglia”. Altro punto fondamentale è la sensibilizzazione sia dei professionisti coinvolti, a partire dai pediatri, sia delle famiglie. “È necessario informare sull'importanza di eseguire la pratica in sicurezza – conclude La Placa – ma poi le famiglie devono poter trovare percorsi realmente accessibili, altrimenti la sensibilizzazione è sterile. Si tratta di dare risposta a un bisogno di salute che le famiglie chiedono e che non la trovano, finiranno per eseguire la procedura in casa. Questo non è accettabile”. (lp)

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