19 dicembre 2014 ore: 13:07
Immigrazione

Cittadinanza, il governo rassicura. Le associazioni: "Sarà una riformicchia"

Il sottosegretario Delrio si impegna a nome del governo e sposta l’asticella per la riforma della legge 91 del 1992 di qualche mese ancora. Rete G2 e Arci temono però una legge che scontenti tutti: “No a mediazioni al ribasso e allo ius culturae, chi nasce qui deve essere considerato italiano”
Francesca Leonardi/contrasto Immigrazione, giovani straniere con il velo e italiane

- ROMA – Sulla riforma delle legge sulla cittadinanza il Governo si impegna ancora, spostando l’asticella un po’ più in là. Se prima infatti la garanzia era arrivare a un testo condiviso, in aula entro fine anno, ora si parla di una legge entro l’estate. A sottolinearlo è stato ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio che, chiamato in causa dall’Arci nel convegno per riflettere sullo stato dell’arte della nuova legge, ha spiegato: “non mi sento in imbarazzo rispetto ai tempi perché come Governo abbiamo messo in calendario, subito dopo le riforme costituzionali le unioni civili e la riforma della cittadinanza. Sono convinto che il Parlamento, come non sta deludendo ora, non mancherà all’appuntamento di una legge vera e seria entro l’estate”. Parole che non rassicurano però le associazioni, scettiche sia sui tempi che sulla qualità della legge che uscirà dall’aula: la paura è che, dopo vent’anni d’attesa, si arrivi a una riforma che nei fatti scontenti tutti.

Un testo condiviso tra le forze politiche ad oggi non c’è. Alle relatrici Marilena Fabbri (Pd) e Annagrazia Catania (Fi) è affidato il compito di arrivare a una mediazione tra proposte però diametralmente diverse: se la proposta ufficiale del Pd resta quella dello ius soli temperato, e cioè di una cittadinanza alla nascita da legare al soggiorno legale di almeno cinque anni dei genitori sul territorio italiano, tra le forze politiche di centrodestra continua a prevalere l’idea di uno ius culturae. In questo caso si diventa italiani non alla nascita ma solo dopo aver frequentato un corso di studi nel nostro paese. Anche qui, però, le ipotesi sono tante e differenti: si va da chi chiede la frequenza di un solo ciclo scolastico (i cinque anni delle elementari) a chi parla dell’intero ciclo della scuola dell’obbligo (5 anni delle elementari + 3 anni delle medie) fino a chi propone, oltre a tutto il ciclo di scuola,  anche il superamento con successo dell’esame di terza media. Il confine su cui ci si muove dunque è molto ampio: e va da 0 a sedici anni. Una terza via potrebbe essere rappresentata, infine,  dalla possibilità di legare la cittadinanza all’inizio del ciclo scolastico, dunque a 5 anni per i bambini (nati in Italia) che si iscrivono alla prima elementare, e tenere viva l’idea dello ius culturae solo per chi arriva in tenera età ma non è nato qui.

Ma proprio questa incertezza sui tempi e sui criteri non piace alle associazioni, che si battono da anni per il riconoscimento dei diritti delle seconde generazioni. E che in questi giorni sono tornate ad alzare i toni, proprio allo scadere della promessa del premier Matteo Renzi di una riforma entro l’anno. Dall’ Arci alla rete G2 il coro è unanime: no a mediazioni al ribasso, non ci accontenteremo di una ‘riformicchia’ che accontenti le forze politiche ma non aiuti i ragazzi”. Del resto, la proposta di legge di iniziativa popolare, per cui sono state raccolte oltre duecentomila firme, parla chiaro e chiede il riconoscimento della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, legalmente soggiornanti nel nostro paese da uno a tre anni. “Per noi ad oggi il bicchiere è mezzo vuoto. La nostra preoccupazione è che per ricercare una mediazione tra forze politiche con visioni molto distanti si arrivi a fare una riformicchia che non serva a nessuno -sottolinea Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci nazionale. In particolare, secondo Miraglia, legare il riconoscimento della cittadinanza al percorso scolastico è “un’idea balorda, che si limita solo ad abbassare di poco l’età in cui si può essere riconosciuti italiani. E’ più corretto per noi chiedere conto della stabilità dei genitori sul suolo italiano, anziché scaricare tutto sul bambino – spiega -. E’ una proposta insopportabile e che ha stancato, perché è una sorta di esame di italianità. Un esame che molti parlamentari oggi non supererebbero”. Sulla stessa scia anche Lucia Ghebreghiorges, portavoce della rete G2, che rappresenta i ragazzi di seconda generazione in Italia. “Noi ormai stiamo aspettando questa riforma con la clessidra in mano – spiega – ma diciamo no allo ius culturae come unico criterio, dopo tanti anni di attesa è un’ipotesi assurda”.

Intanto ieri è arrivato anche un pieno sostegno a una riforma che contempli lo ius soli dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, che, senza mezzi termini, ha tuonato contro gli ostacoli alla riforma causati solo dalle ideologie. “Non capisco le resistenze che ci sono in Parlamento a riformare la legge sulla cittadinanza – ha detto - Chi nasce qui, va a scuola con i nostri figli e non conosce altri territori che l’Italia, ha tutti i titoli per essere considerato cittadino. Le resistenze oggi sono solo ideologiche”.  “La presenza migrante nel nostro paese è preziosa, dal punto di vista cultura, sociale ed economico – aggiunge Boldrini – Una presenza che versa alle casse dello Stato 16,6 miliardi di euro all’anno tra gettito fiscale e Inps. Ci sono, inoltre, migliaia di imprese di immigranti che danno lavoro anche agli italiani. Dov’è il pericolo? Vorrei che politica ragionasse più concretamente. Mi auguro – conclude -che il Parlamento sappia accogliere anche i richiami fatti dal presidente Napolitano che ha ricordato tante volte come una nuova legge sulla cittadinanza sia necessaria. Mi unisco a lui perché è un appuntamento fino ad adesso mancato e che mi auguro riusciremo a corrispondere al più presto, per una prospettiva di inclusione dei giovani migranti che vedono nell’Italia il loro paese”. (ec)

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