19 giugno 2020 ore: 10:00
Disabilità

Colf e badanti, 55 milioni nel mondo perdono il lavoro. “Tanti non hanno nulla”

di Chiara Ludovisi
Gasparrini (Domina): “In Italia la situazione è migliore che in altri paesi: licenziamenti aumentati del 15% rispetto al 2019. Ma non sappiamo quanti siano gli irregolari: la maggior parte di loro ha perso il lavoro e non ha alcun supporto. Si affidano alla solidarietà o finiscono nella mani della malavita”
caregiver, disegno

ROMA –55 milioni di colf e badanti in tutto il mondo hanno perso o richiano di perdere il lavoro a causa della pandemia: è quanto rivela l'Ilo, che due giorni fa ha convocato rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro provenienti da Repubblica Dominicana, Kuwait, Malaysia, Togo e Italia, in occasione del webinar ILO “International Domestic Workers’ Day: Making decent work a reality beyond COVID-19". La maggior parte di questi lavoratori (37 milioni) sono donne. La regione più colpita è il sud-est asiatico e Pacifico con il 76% dei lavoratori a rischio, seguito dalle Americhe (74%), Africa (72%) ed Europa (45%). Il problema è comune a tutti i continenti.

Per l'Italia, era presente all'incontro Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina, a cui abbiamo chiesto di approfondire la situazione nel nostro Paese. “Sicuramente è meno drammatica che in altri – ci spiega – se consideriamo che in alcune parti del mondo i lavoratori domestici sono veri e propri schiavi. Anche l'aumento dei licenziamenti è contenuto: parliamo del 15% in più rispetto al 2019. Ma la fragilità di colf e badanti si è aggravata moltissimo anche nel nostro Paese e i sostegni ideati dal governo non sono sufficienti, pur rappresentando un importante passo avanti verso il riconoscimento di un lavoro definito essenziale, sopratutto quando riguarda l'assistenza agli anziani”.

Lavoratori domestici licenziati...

Cosa è successo, allora, nei mesi del lockdown? E quali sono ora le prospettive future? “La situazione ha avuto varie fasi – ci sipiega Gasparrini - All'inizio, con lo scoppio della pandemia, ci si è trovati davanti a una grande difficoltà, perché nel lavoro domestico è spesso inevitabile il contatto fisico. Da una parte paura abbiamo registrato la paura delle famiglie: sopratutto le badanti a ore e le colf hanno dovuto interrompere l'attività lavorativa. Diversa la situazione delle badanti conviventi, che di fatto hanno formato con il loro assistito un nuovo nucleo familiare, chiudendosi in casa”. Dal punto di vista economico, “sopratutto a marzo, le famiglie hanno generalmente dato ferie o sospeso l'attività, continuando però a garantire la retribuzione. Ad aprile sono invece arrivati i primi licenziamenti, specialmente per le colf, meno per le badanti. Inizialmente questi lavoratori licenziati non potevano contare su alcun tipo di sostegno da parte dello stato, che nel Cura Italia li ha in un primo momento esclusi o dimenticati”.

… e famiglie italiane abbandonate

Ma c'è anche un altro scenario, diverso ma simile, che si è verificato con l'inizio del lockdown: quello delle “colf e sopratutto delle badanti che hanno “abbandonato” le famiglie presso cui lavoravano, per tornare nel proprio Paese, in fuga da una pandemia che all'estero veniva presentata come tutta italiana. Questo ha creato chiaramente difficoltà in molte famiglie, che contavano sul servizio 'essenziale' svolto da questi lavoratori”.

E' stata allora la donna a farsi carico di ciò che prima era in capo ad altri: “I compiti dei figli, la pulizia di casa, l'assistenza agli anziani della famiglia... L'allontanamento del lavoratore domestico ha insomma reso la donna e la famiglia il principale ammortizzatore sociale in un momento di crisi”.

La donna italiana come ammortizzatore sociale

Ora però si rischia di pagarne le conseguenza: “La donna italiana ha subito maggiormente il peso di questa pandemia. E proprio le donne stanno trovando maggiore difficoltà a ripartire, tornando a delegare ad altri compiti di cui si sono fatte carico in questi mesi. Tra questi, i compiti del lavoratore domestico”. Ed è questo il motivo per cui Gasparrini ipotizza che “molti lavoratori domestici faticheranno a riprendere la propria attività. Parliamo di quelli con un contratto che è stato interrotto, ma molto più drammaticamente di quelli che lavoravano in nero. Per loro, la situazione è drammatica e non credo che si possa immaginare una ripresa prima di settembre. Le famiglie italiane sono in difficoltà – ricorda – e la cassa integrazione è in ritardo: il lavoro domestico è una delle prime spese da risparmiare, sopratutto con il periodo estivo”.

Il bonus, solo un primo passo

Per fortuna il governo ha aperto gli occhi e dato una risposta, seppur parziale. “Come parti sociali, ci siamo attivati fin da subito per chiedere con forza il riconoscimento di questi lavoratori. Ci siamo trovati davanti due azioni differenti: da un lato le regioni più meritorie, prima la Sardegna e poi il Lazio, che hanno riconosciuto fino a 600 euro di indennità in caso di diminuzione dell'attività lavorativa. Dall'altra parte il governo che, dopo numerosi suggerimenti, ha riconosciuto un'indennità di 500 euro per aprile e 500 per maggio, ma solo a chi lavora più di 10 ore e non a chi convive con la famiglia. È un primo segnale importante e come tale lo accogliamo, ma molto c'è ancora da fare. Ed è il motivo per cui abbiamo chiesto di partecipare agli Stati generali”.

C'è poi un'altra questione: la cosiddetta sanatoria, che però “comporta spese notevoli per la famiglia, costretta a fare un versamento iniziale di 500 euro e a recuperare i contributi non versati. Anche in questo caso, un passo importante, ma è soltanto l'inizio”

In fila alla Caritas, o nelle mani della malavita

Intanto, cosa ne è di chi ha perso il lavoro? “La situazione è molto difficile, soprattutto per gli irregolari. Non dimentichiamo che il lavoro domestico è in gran parte irregolare: al sud il 'nero' raggiunge il 75%. Siamo di fronte a un esercito di persone che in questo momento non hanno nulla e non sanno come far mangiare i propri figli: sono sopratutto donne e per lo più straniere. Vanno a fare la fila fuori dalle parrocchie o presso le associazioni solidali per avere la spesa. Ma il rischio è che, specialmente se la crisi perdura, finiscano facilmente nelle mani della malavita. Per questo continueremo a chiedere riconoscimento e regolarizzazione per questi lavoratori. E un'attenzione che finora è stata del tutto inadeguata”.

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