Colloqui padre-figlio in carcere, Treviso diventa un modello
Bambini 0-3 anni in carcere triciclo
TREVISO - Sono 30 i bambini che attualmente varcano le porte della casa circondariale di Treviso per incontrare i loro padri reclusi (18), nell'ambito del progetto "Bambini e carcere" di Telefono azzurro. Diverse le nazionalità e diverse le età, che vanno dai pochi giorni di vita ai 12 anni. Il progetto coinvolge, a livello nazionale, 12 carceri e 120 operatori. La struttura di Treviso lo ha attivato due anni fa e, nel corso dei mesi, lo ha implementato arrivando a diventare un vero e proprio modello. Dall' inizio a oggi sono 50 i detenuti che ne hanno beneficiato.
La casa circondariale trevigiana ospita al momento 300 detenuti, a fronte di una capienza di 127. Molti di loro sono padri, che spesso vivono con difficoltà la loro condizione di genitori ristretti. Da qui è nato il progetto, "che ha dato loro la possibilità di vivere l'incontro con i figli in modo sereno - spiega Isabella Pagliuca, educatrice - e riscoprire il loro ruolo". Gli incontri si svolgono nella stanza colloqui che, dipinta dagli stessi detenuti, si trasforma per due ore a settimana (in aggiunta alle sei ore di colloquio standard) in ludoteca, dove padre e figlio possono leggere libri, partecipare a letture animate o ad attività teatrali. I bambini possono anche giocare, dipingere, creare con il pongo, la creta o altri materiali. "I primi anni avevo difficoltà nei colloqui perchè non è facile comunicare - racconta un detenuto, padre di quattro figli, recluso dal 2009 -. Grazie a questo progetto vediamo invece i nostri figli entrare e uscire sorridendo: sanno che hanno i loro giochi e quelle due ore in cui possono disegnare con il proprio padre".
"Molti impediscono alle mogli di portare i figli in carcere - sottolinea Michela Rossi, psicologa responsabile del progetto -. Invece noi lavoriamo proprio nel verso opposto: le nostre attività fanno sì che il detenuto possa mantenere il proprio ruolo genitoriale". I benefici sono per entrambi: "Il figlio riesce a mantenere il legame affettivo e per il padre si riduce di un terzo il rischio di recidiva e si limita molto il pericolo di suicidio o autolesionismo" sottolinea Rossi. Nell'ambito del progetto, inoltre, i padri partecipano una volta al mese a "gruppi di parola" per dar voce al loro vissuto e alle loro difficoltà.
Inoltre viene data la possibilità alle famiglie di avere uno spazio di ascolto dove gestire le problematiche o le situazioni di disagio e dove trovare sostegno nel percorso di reinserimento sociale. Il direttore del carcere, Francesco Massimo, precisa infine che "il progetto porta benefici a tutto il sistema penitenziario. Il bilancio di questi due anni è positivo perchè consente di dare qualcosa in più ai detenuti e rendere più umana la pena. Per questo sono sicuro che la collaborazione continuerà e siamo disponibili a inventarci qualcosa di più". (gig)