19 febbraio 2018 ore: 15:21
Immigrazione

Colombia, voci da Cucuta sul dramma dei profughi venezuelani

(di Bruno Desidera) Da troppo tempo ormai in Venezuela mancano cibo, generi di prima necessita', medicine. Il pugno di ferro del presidente Maduro e' sempre piu' pesante, la gente ha fame ed e' rassegnata che le cose nel proprio Paese possano...

ROMA - Da troppo tempo ormai in Venezuela mancano cibo, generi di prima necessita', medicine. Il pugno di ferro del presidente Maduro e' sempre piu' pesante, la gente ha fame ed e' rassegnata che le cose nel proprio Paese possano cambiare. Cosi' crescono i profughi. La frontiera piu' accessibile e' quella colombiana: lunga 2.200 chilometri, e' facilmente attraversabile, dal deserto de La Guajira alle praterie dell'Arauca.

Un esodo continuo, che ormai i due ponti che collegano il Venezuela a Cúcuta, la prima citta' in territorio colombiano, stentano a contenere. "I venezuelani sono sempre di piu'-dice al All'agenzia SIR con preoccupazione Víctor Manuel Ochoa Cadavid, vescovo di Cúcuta- percorrono a piedi i ponti dedicati a Simón Bolívar e al generale Santander. Tra loro, sempre piu' spesso, ci sono intere famiglie, giovani, minori, donne incinte".

Si tratta del primo effetto del continuo peggioramento delle condizioni di vita nel Paese confinante. Ma la citta' frontaliera piu' grande e' Cúcuta, diventata ormai un grande magnete. Da piu' di due anni il capoluogo del dipartimento del Norte de Santander e' sotto pressione. All'inizio l'esodo riguardava i colombiani di ritorno, espulsi dal regime di Maduro che aveva chiuso le frontiere. Poi, con il peggiorare della situazione, il Venezuela ha gradualmente aperto la frontiera ed ora lascia passare tutti.

"I venezuelani che arrivano da noi possono essere divisi in tre categorie- spiega ancora monsignor Ochoa-. In primo luogo, ci sono quelli che arrivano in cerca di cibo, o di medicine, o che hanno bisogno di cure. Costoro, solitamente, tornano in Venezuela. La seconda categoria e' costituita dai colombiani di ritorno, ma anche da altri stranieri, spesso europei, che fuggono e usano il nostro Paese come terra di passaggio. Infine, ci sono i profughi che attraversano il confine per restare in Colombia, o per cercare fortuna in altri Paesi dell'America Latina".

La situazione e' caotica e non e' facile avere cifre attendibili: "Fino a qualche mese fa- prosegue il vescovo- sui 37-40mila che passavano attraverso il confine in un fine settimana, quelli che restavano nel nostro Paese erano 5-6mila. Nelle ultime due settimane sono passati in 90-100mila". E crescono quelli che non tornano indietro: "C'e' chi stima che attualmente in Colombia ci siano 600mila venezuelani, qualcun altro parla di 800mila. Il registro predisposto dal Governo ha finora contato un milione e 600mila arrivi, ma non sappiamo chi e' rimasto e chi invece e' fuggito in altri Paesi". Numeri gia' saliti in gennaio rispetto a quelli forniti da 'Migración Colombia' a fine 2017, quando si parlava di un milione e 300 mila persone registrate e 552mila rimaste sul territorio colombiano. Tra queste, circa 350mila erano considerate irregolari. L'aumento di arrivi nel 2017 e' stato stimato del 50% rispetto all'anno precedente.

Il 60% dei venezuelani presenti in Colombia sono laureati o hanno un titolo di studio di scuola superiore. Del problema si parla in questi giorni al Vertice dei Paesi sudamericani che si tiene a Lima. Ma e' previsto anche un incontro tra i ministri della Difesa di Colombia e Venezuela per far diminuire gli arrivi.

Una situazione, quella che si vive a Cúcuta, che e' ormai quasi impossibile da reggere: "Le persone che arrivano hanno fame, malattie, c'e' gente sfinita e denutrita, molti non hanno piu' nulla. Come Chiesa locale ci sforziamo di tendere la mano a questi fratelli, per accoglierli, aiutarli, accompagnarli. In sette mesi abbiamo distribuito 330mila pasti. Ogni giorno serviamo almeno 8mila pasti caldi, attraverso mense dislocate in otto diverse parrocchie. Abbiamo anche un centro di accoglienza diocesano, gestito dai padri scalabriniani, ma e' pieno da tempo. Molti dormono per strada". Prosegue mons. Ochoa: "Devo evidenziare lo sforzo dei laici, operatori pastorali, volontari, parrocchie, movimenti ed associazioni". E' proprio la Chiesa a sostenere il maggior peso dell'accoglienza: "Abbiamo degli aiuti da Caritas Internationalis e dal Segretariato di Pastorale sociale-Caritas della Chiesa colombiana". Quest'ultimo organismo ha dedicato la campagna di solidarieta' quaresimale proprio a questa emergenza.

"È una chiamata alla carita', alla quale stiamo rispondendo, cerchiamo di vivere quella cultura dell'incontro che papa Francesco ci indica continuamente", spiega ancora il vescovo, che accenna anche ai forti vincoli di fraternita' con la vicina diocesi venezuelana di San Cristóbal: "Mi confronto spesso con il vescovo, mons. Mario del Valle Moronta. Alcuni loro volontari vengono qui e ci aiutano nella distribuzione dei pasti".

Un'ultima considerazione e' sulla situazione del territorio di Cúcuta, "una delle localita' con maggiore disoccupazione della Colombia- dice mons. Ochoa-. Qui abbiamo il problema del narcotraffico e della violenza. Sono ancora presenti due guerriglie, l'Eln e il piccolo gruppo dell'Epl". (AGENSIR-DIRE)

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