16 novembre 2022 ore: 12:57
Disabilità

Come parlare di disabilità. Un libro mette in guardia sugli errori più comuni

In un volume per le Edizioni Erickson l’attivista Iacopo Melio spiega il linguaggio, le parole, il tono da usare quando si parla delle persone disabili: “Usare parole sbagliate significa alzare muri, usare parole giuste significa costruire ponti”
Come parlare di disabilità, libro di Jacopo Melio

ROMA – Le parole non sono pietre, bensì mattoncini che, uno dopo l’altro, costruiscono atteggiamenti che poi possono determinare a fatti concreti. Ne è sicuro Iacopo Melio, giornalista, scrittore e, soprattutto, attivista per i diritti delle persone disabili, e per i diritti umani più in generale.  Fin dal titolo di questo agile, e in verità assai godibile, libretto, “È facile parlare di disabilità (se sai davvero davvero come farlo)”, Melio, che di comunicazione se ne intende, dichiara l’intento: partire dalle parole per realizzare una società davvero a misura di tutti e di tutte. E a proposito delle parole e del loro potere di trasformazione del reale scrive la sociolinguista Vera Gheno nella prefazione del volume pubblicato per le Edizioni Erickson: “Perché se è pur vero che esse non possono cambiare la realtà, contribuiscono senz’altro a rendere più evidenti ai nostri occhi determinati aspetti di essa che, finché non venivano nominati, rimanevano cognitivamente in secondo piano. Quando una cosa, una caratteristica umana, un evento, un disagio hanno un nome, diventa decisamente più difficile fare finta che non esistano”.

Le parole da evitare

Le parole, tuttavia, sono scivolose, e Melio ci avverte fin dalle prime battute: non importa quanti anni abbiate e quale sia la vostra esperienza in merito, quasi sicuramente leggendo scoprirete di aver aver commesso qualche errore al riguardo. Ma non vi scoraggiate – rassicura – la consapevolezza potrà aiutarvi a non commettere errori in futuro. Peraltro tra i peggiori nemici delle persone con disabilità e delle parole che servono per raccontare le loro vite ci sono proprio i giornalisti che con titoli sensazionalistici, trafiletti pieni di compassione, pietismo e approfondimenti “medicalizzanti” non rendono un buon servizio alla collettività. Per combattere la visione della disabilità compassionevole, infantilistica e, talvolta, enfaticamente positiva occorre, allora, controllare il linguaggio e scegliere le parole una per una. Facciamo qualche esempio, lasciando ai lettori il piacere di scoprirne di nuovi all’interno del volume. No a “diversamente abile”, anche nella forma più fantasiosa di “diversabile” perché discriminatorio e paternalistico. No a “portatore” o “portatrice di handicap”, perché la disabilità non è un peso che soffoca chi ne è coinvolto. E no anche a “costretto” o “costretta in carrozzina” perché, lungi dal costringere alcuno, la carrozzina rappresenta libertà, indipendenza e socialità per chi ne fa uso. Ma attenzione anche al tono, ammonisce l’autore: attirare i lettori facendo leva sull’emotività non raggiunge l’obiettivo di sensibilizzare o di informare, ma abitua chi legge a una visione distorta della disabilità nel suo complesso.

Uno strumento utile per chi si occupa di comunicazione

Insomma, chiunque si occupa di comunicazione potrebbe trovare in questo volume spunti utili non solo per mettersi al riparo da possibili errori e cadute, ma anche per riflettere sull’importanza del linguaggio. Perché come Melio non si stanca di ripetere: “Usare parole sbagliate significa alzare muri, usare parole giuste significa costruire ponti. Cambiare le parole, invece, significa cambiare le informazioni, i concetti e le idee, e quindi cambiare la realtà”.
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