27 giugno 2016 ore: 15:28
Economia

Con "Housing first" a Bologna 64 senza dimora in appartamento, 9 a Rimini

Bilancio dei due progetti rivolti a senzatetto che vivono in strada o in dormitorio avviati dai Comuni insieme al Terzo settore. I dati presentati in occasione del convegno “Accogliere per ricominciare” a Palazzo d’Accursio. Lo scoglio? Il lavoro e l’inserimento nel contesto sociale
Progetto di Housing first a Rimini

- BOLOGNA - Sono 64 le persone senza dimora che, a un anno e mezzo dal lancio del progetto “Housing first - Co.Bo” promosso dal Comune di Bologna e gestito in coprogettazione con Piazza Grande per persone in situazione di esclusione abitativa grave (in strada o dormitorio), abitano in appartamenti, diffusi sul territorio, dietro il pagamento di un contributo per l’affitto. In prevalenza si tratta di uomini, la fascia di età più rappresentata è quella che va dai 44 ai 55 anni, il 45% è italiano, il 70% è in strada da più di 3 anni e ce ne sono in strada da 22, il 40% è in carico a servizi specialistici mentre il 30% ha problemi di dipendenza o psichici ma non è in trattamento. A Rimini invece è la Papa Giovanni XXIII a gestire il progetto di Housing first del Comune: a un anno dall’avvio sono 9 le persone inserite in 9 monolocali, 6 sono uomini, 3 gli italiani, hanno tra i 55 e i 69 anni e la maggior parte è disoccupata da oltre 10 anni, hanno problematiche complesse legate al carcere o alla tossicodipendenza. I dati sono stati diffusi in occasione del convegno “Accogliere per ricominciare – Progetto di rete per promuovere le relazioni tra i soggetti che si occupano di marginalità estrema” che si è svolto a Palazzo d’Accursio.

“Quello che ci chiedono le persone? Lavoro e socialità – ha detto Serena Panico di Piazza Grande -. In questo anno e mezzo abbiamo lavorato molto su questi temi”. Il lavoro è lo scoglio più grande anche a Rimini: “Le persone sono disoccupate da tanto tempo e sono over 55 quindi non è semplicissimo un reinserimento – ha spiegato Sara della Papa Giovanni XXIII – Noi ci siamo mossi con borse lavoro e tirocini formativi”. Altro problema è l’inserimento nel contesto sociale: “Serve una contaminazione con il territorio perché finché ci rivolgiamo solo ai servizi la nostra sarà una rete assistenziale, dobbiamo rivolgerci a tutta la comunità”, ha aggiunto Serena Panico. “Il difficile inserimento nel territorio porta a solitudine e depressione, per questo abbiamo lavorato con le persone per stimolarle a conoscere il contesto in cui abitano”, ha detto Sara della Papa Giovanni XXIII.

Obiettivo dell’housing first è la riduzione del danno, l’autodeterminazione e l’orientamento al recovery. “Il nostro obiettivo è far acquisire alle persone un maggiore controllo sui propri comportamenti, evitando quelli a rischio”, spiega Serena Panico di Piazza Grande. Il progetto del Comune di Bologna prevede il pagamento di un contributo per l’affitto pari a 150 euro al mese, incontri con un case manager e il rispetto delle regole della convivenza comune, “che non decidiamo noi ma vengono stabilite all’interno della casa”.
Per quanto riguarda il pagamento del contributo, Panico spiega che “viene pagato grazie lavori saltuari, tirocini formativi e contributi dei servizi sociali, ma le persone inserite negli appartamenti hanno redditi medio-bassi, meno di 300 euro al mese, e quando terminano i tirocini o se non trovano lavoro hanno ben poca autonomia. I progetti di housing first funzionano bene nei Paesi in cui c’è il reddito minimo di cittadinanza, in Italia si fa più fatica”. È Piazza Grande a cercare le case (a oggi 21 in 5 quartieri) e a occuparsi di restauro e manutenzione, “ma cerchiamo di favorire pratiche di auto aiuto all’interno delle case – continua Serena – Chi ha competenze può contribuire ai lavori, un altro obiettivo è infatti quello di aumentare la partecipazione delle persone al progetto”. A Rimini la compartecipazione alle spese riguarda il pagamento delle utenze, ci sono state difficoltà iniziali nel reperire le case, “con le agenzie immobiliari è stato impossibile e ci siamo rivolti a privati” ed è prevista una sensibilizzazione verso la cura, senza obbligo. “L’inserimento in case ha favorito la riattivazione totale dell’individuo che partecipa al progetto – spiega Sara della Papa Giovanni XXIII -. Ad esempio abbiamo avviato 3 percorsi al centro alcol, 1 ai servizi per le malattie infettive e 1 al Centro di salute mentale”. (lp)

© Copyright Redattore Sociale