13 marzo 2019 ore: 14:11
Non profit

Cooperazione. "Policy di sicurezza e formazione”, come affrontare i rischi

A parlare è Elias Gerovasi, referente di Open Cooperazione e operatore di Mani Tese. “La formazione è sempre più strutturata”. E, anche se su alcuni ruoli c'è un grande turnover, “questo lavoro ha ancora un appeal importante e il recruiting ha un trend positivo”
John Wessels/MSF Msf, photogallery 2018 12

Bunia, Repubblica Democratica del Congo. Operatori di MSF in un Centro di isolamento. L’epidemia di Ebola in Nord Kivu, si sta diffondendo in località urbane e aree difficili da raggiungere anche a causa del conflitto in corso - Foto di John Wessels/MSF

BOLOGNA – “Policy di sicurezza e formazione strutturata sono ormai prassi consolidate per le ong che hanno personale che lavora all'estero”. A ricordarlo è Elias Gerovasi, operatore di Mani Tese e curatore di Open Cooperazione, il portale che mette in rete i dati della cooperazione allo sviluppo. “Gli espatriati ricevono una formazione specifica, vengono messi in condizione di sapere a chi rivolgersi in loco, sono assicurati e, dato che gli spostamenti avvengono soprattutto in macchina, vengono istruiti sulla mobilità, sulle precauzioni da adottare quando ci si sposta all'interno del Paese, sulle -norme comportamentali da rispettare che risolvono gran parte dei problemi – aggiunge –. Negli anni la formazione si è consolidata a garanzia di chi va all'estero, non c'è il fai da te che poteva esserci in passato”. In loco, poi, c'è un livello di comunicazione strutturato con le Ambasciate italiane e con gli uffici dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). “Poi è ovvio che ci sono Paesi che hanno un livello di rischio più alto e meccanismi di sicurezza più 'strong' e altri meno – aggiunge – ma chi lavora nell'emergenza e nell'aiuto umanitario è specializzato e mette in conto un minimo livello di rischio”.

Tendenza positiva nel recruiting delle ong. “Il lavoro del cooperante ha ancora un appeal importante”, dice Gerovasi. E questo nonostante i rischi connessi. Nel 2017 erano 15.414 le persone impiegate all'estero dalle ong italiane contro le 10.356 del 2014 (dati Open Cooperazione). “I dati dicono che non c'è un problema di mancanza di candidati e che tanti giovani vogliono fare questo lavoro – precisa Gerovasi –. Certo c'è un grande turnover, in particolare per alcuni ruoli in determinati Paesi”. Tra i rischi vengono considerati ad esempio i trasporti, “spesso si lavora in luoghi con strade difficili”, ma anche la situazione politica instabile. “Ci sono situazioni normalissime e altre più rischiose, ruoli con un'esposizione alta come quello di chi sta sempre sul campo e altri meno esposti come quelli d'ufficio – conclude –. Gli incidenti aerei non li puoi mettere nel bilancio rischio del Paese. Per tutto il resto si fa formazione a tutti per esporsi il meno possibile”. (lp)

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