13 marzo 2020 ore: 14:48
Immigrazione

Coronavirus. Dai Cpr ai ghetti, fino ai centri di accoglienza: quali tutele?

di Eleonora Camilli
Sovraffollamento, prossimità forzata, scarso accesso alle cure e ai servizi igienici. Preoccupa la situazione sanitari dei centri sovraffollati e degli insediamenti informali. Le associazioni lanciano l’allarme e propongono alternative al governo: “Bisogna agire ora, prima che sia troppo tardi”
Alessandro Tricarico Migranti - Ghetto Borgo Mezzanone Foggia 2

ROMA - Difficoltà nel rispettare le misure igieniche e le distanze minime di sicurezza in luoghi sovraffollati, limitazione dei servizi a bassa soglia per chi è fuori accoglienza, scarso accesso alle cure.  Per i migranti e i richiedenti asilo, che vivono nel nostro paese, l’emergenza coronavirus potrebbe essere difficile da affrontare. Secondo le stime dell’ultimo rapporto di Medici senza frontiere, Fuori campo, sono almeno 10.000 le persone (in prevalenza richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale o umanitaria) che vivono nei diversi insediamenti informali del territorio nazionale. Un numero destinato a crescere per effetto delle ultime disposizioni legislative, come i decreti sicurezza, che hanno determinato la revoca dell’accoglienza per una fetta consistente dei richiedenti protezione umanitaria. Non solo, ma a rischiare potrebbero essere anche coloro che vivono nei centri di accoglienza, spesso sovraffollati, o nei centri per il rimpatrio. Ma come si possono tutelare queste persone dall’epidemia? Come agire per salvaguardare la loro salute, quella degli operatori che li assistono e più in generale per evitare il diffondersi del contagio?

Per i centri di accoglienza (Cas o Siproimi) valgono le stesse disposizioni del Dpcm emanato dal Governo l’8 marzo scorso. Ma chi ci lavora non è così sicuro che tutte le misure siano applicabili.“Siamo senza procedure specifiche da parte del ministero e gli enti locali non sanno che fare - racconta a Redattore Sociale un operatore di un centro di accoglienza a Firenze (che chiede di restare anonimo)-. Le cooperative non si interessano dei lavoratori e non forniscono dispositivi, ma chiedono di prendere ferie e permessi a chi può. Nei Cas in molti sono al lavoro con procedure autoprodotte, una situazione alla “Fantozzi”, peccato che non ci sia niente da ridere. Forse aspettano che uno degli operatori o degli ospiti risulti positivo”. Nei centri più piccoli, come alcuni Siproimi (per rifugiati e minori non accompagnati) è ancora possibile rispettare le distanze e seguire le norme igieniche, anche se alcuni operatori si dicono comunque preoccupati. Ma nei grandi centri, che sono stati favoriti dagli ultimi bandi delle prefetture, il sovraffollamento rende molto difficile il rispetto delle misure da adottare. Una serie di associazioni a Bologna, (tra cui Asgi, Avvocato di strada di Bologna, Caritas diocesana Bologna, Coordinamento Eritrea Democratica), si sono associate al Coordinamento migranti di Bologna, a Prefettura e Comune, per chiedere isure urgenti per garantire la tutela delle persone richiedenti asilo attualmente ospitate nell’ex Hub Mattei. Struttura che ancora prima dell’ emergenza coronavirus presentava notevoli criticità, “tali da rendere inopportuna la sua ristrutturazione in grande Cas e oggi del tutto inadeguata a preservare sia gli ospiti che i lavoratori dal rischio di contagio - spiegano le associazioni - l’invito dello Stato è rimanere ognuno nelle proprie abitazioni, per spezzare la catena del contagio, ma è palese che sia del tutto inconferente rispetto ad una struttura, quale l’ex Hub Mattei, in cui le persone sono costrette a convivere in assembramenti che vanno nel senso opposto alle prescrizioni legali”. Analoga situazione di sovraffollamento e/o di forzata vicinanza è riscontrabile nelle strutture di Villa Aldini e del Centro Zaccarelli, segnala il Coordinamento Migranti. Le associazioni ricordano che questa situazione si sta verificando in varie parti d’Italia, proprio perché la modifica del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo ( inscritta nella legislazione cd. emergenziale di cui al DL 113/20189 ha condotto ad “assiepare le persone in posti angusti, rendendo di per sé inadeguate le misure destinate alla loro assistenza, tanto più adesso che occorrerebbe preservare la loro salute, come delle lavoratrici e dei lavoratori”.

Stesso discorso per il centri per il rimpatrio (Cpr). Anche qui la permanenza forzata di molte persone in un’unica struttura potrebbe rivelarsi molto pericolosa. Il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, ha avviato un’interlocuzione con il Ministero dell’interno, in particolare per le persone nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. Con l’emergenza Covid-19, infatti, diversi Paesi hanno disposto il blocco dei voli da e per l’Italia, interrompendo quindi anche quelli di rimpatrio forzato. Il Garante ha chiesto di valutare la necessità di una cessazione anticipata del trattenimento di coloro che, essendo in una situazione di impossibile effettivo rimpatrio, vedono configurarsi la propria posizione come “illecito trattenimento” ai sensi della stessa Direttiva rimpatri del 2008.

Diverse associazioni, in questi giorni, si stanno confrontando per realizzare un documento con le richieste di tutela al Governo. Un team di ong e avvocati, su iniziativa della campagna Lasciatecientrare e Legal Team, ha inviato una lettera ai prefetti per chiedere il blocco di nuovi ingressi nei Cpr e la progressiva chiusura delle strutture. “Ci stiamo interrogando sulla situazione attuale, stiamo facendo una ricognizione sui centri di accoglienza ma anche sull’impatto che l’epidemia può avere sulle persone escluse dall’accoglienza - spiega Francesco Ferri di ActionAid -. Un rischio che vediamo concreto è nei luoghi ad alta concentrazione come i Cpr e gli hotspot, dove c’è molta promiscuità e una prossimità forzata”. Per questo, le organizzazioni stanno anche studiando possibili soluzioni da porre all’attenzione del ministero dell’Interno. “La prima preoccupazione riguarda gli insediamenti informali, per questo abbiamo già chiesto alle regioni di rendere possibile a tutti l’accesso all’acqua, anche ai lavoratori stagionali. Parallelamente stanno chiudendo i servizi a bassa soglia, che assicuravano alle persone la possibilità di mangiare e fare una doccia - spiega Anna Brambilla di Asgi -. In tutto questo c’è anche il problema dello scarso accesso alle cure, anche in presenza di sintomatologia da coronavirus: molte persone potrebbero non avere un medico curante e doversi rivolgere al pronto soccorso, misura sconsigliata in questo momento. Il numero verde non è a tutti accessibile. Inoltre, nei centri sovraffolati ci chiediamo come si può fare a contenere il contagio. Un’ipotesi potrebbe essere quella di creare nuovi posti in accoglienza ma in strutture più piccole, così da avere una maggiore distribuzione delle persone e consentire anche eventuali casi di isolamento. Un’altra possibilità è favorire l’ ingresso in accoglienza di chi è oggi escluso dopo una valutazione sulle condizioni di salute, mediante un tampone. Si può pensare anche alla sospensione straordinaria dei provvedimenti di revoca in accoglienza, accelerando quel percorso che il ministro Lamorgese aveva annunciato”.

Intanto sempre più preoccupante è la situazione delle baraccopoli, dei ghetti e di tutti gli insediamenti informali, che potrebbe trasformarsi in una bomba sociale e sanitaria, nelle campagne del Sud ma anche in molte città, come Roma e Milano. Qui migliaia di persone vivono già al limite delle normali condizioni igieniche. In molti luoghi abbandonati manca tutto. “Già da tempo nei ghetti della Capitanata portiamo avanti iniziative sanitarie di tipo igienico di concerto con le Asl - spiega Alessandro Verona di Intersos -. In questi luoghi, come in molti posti occupati a Roma registriamo i nervi scoperti di una situazione che va avanti da anni: vivere in una baraccopoli o in una fabbrica abbandonata è molto complicato, nelle sessioni di prevenzione che facciamo in questi luoghi le persone sono attente e responsive, ma potrebbe non bastare. Ora più che mai chiediamo alternative abitative reali, la patologia non ha colore.  Questi ghetti, per noi dovevano scomparire mesi fa, ma ora alla questione della dignità si aggiunge quella della salute pubblica. Oggi paghiamo il prezzo di aver creato una popolazione di invisibili: in Puglia ci aspettiamo un picco epidemico a fine marzo/inizio aprile, quindi bisogna agire subito in tutti gli insediamenti, rurali e urbani: i servizi igienici sono un diritto, ora sono soprattutto un dovere per le istituzioni, il privato sociale lo dice da tantissimo tempo. Ora, che ci troviamo con l’acqua alla gola, non si può più aspettare”. Intersos ha potenziato l’azione del proprio team medico negli otto insediamenti informali nel foggiano e dalla prossima settimana rafforzerà l’intervento a Roma con un focus sulle stazioni e le occupazioni. Anche Medu ha deciso di avviare un intervento urgente di triage medico per homeless ed insediamenti precari. L’intervento si rivolgerà in particolare alle migliaia di persone che vivono negli insediamenti precari nel centro e nelle periferie di Roma, a Firenze, Pistoia e nella Piana di Gioia Tauro in Calabria. “In tutti questi luoghi, dove le persone riscontrano spesso grandi difficoltà di accesso al medico di base, operano già da anni le nostre cliniche mobili - spiega l’associazione -. Nella provincia di Ragusa sarà attivo il servizio di supporto psicologico offerto dal team Medu Sicilia, attivo da 6 anni in quel territorio. L’intervento si svilupperà con l’attiva partecipazione dei gruppi di popolazione assistiti, in particolare tramite il continuo supporto ai promotori di salute e ai focal point sanitari individuati e formati in ciascuna comunità”.

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