11 maggio 2020 ore: 11:45
Società

Coronavirus, diritti umani a rischio nel Bahrain

Repressione del dissenso, limitazioni a libertà d'espressione e di movimento della popolazione, torture e privazione della cittadinanza. Ecco come il governo mette a tacere donne, attivisti, difensori dei diritti umani e oppositori. Lo denuncia l’Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain
Foto: Pixabay Bahrain

Con l’arrivo del coronavirus diventa critica la situazione dei diritti umani nel Regno del Bahrain, lo Stato governato dalla famiglia reale Al Khalifa che si trova tra Arabia Saudita e Qatar. In particolare, l’esecutivo “si è dimostrato incapace di preservare le minime condizioni igieniche all’interno dei centri di detenzione, oltre al negare volontariamente le cure ad attivisti e oppositori politici attualmente reclusi”. A denunciarlo in un’intervista a Osservatorio Diritti è Husain Abdulla, direttore esecutivo dell’Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain (Adhrb). Che si dice convinto che “se il virus dovesse diffondersi tra i detenuti, il sistema detentivo del Bahrain non sarebbe in grado di fornire le protezioni e le cure mediche minime ai detenuti”.

La richiesta di scarcerazione. L’organizzazione, insieme ad altri gruppi come Amnesty e Human Rights Watch, chiede al governo la liberazione dei “prigionieri di coscienza”. Dalle proteste del 2011 - scoppiate ai tempi delle primavere arabe contro disuguaglianze, corruzione e oppressione - nelle prigioni del regno ci sono infatti ancora tanti leader dell’opposizione. Lo scorso 17 marzo era stata annunciata la liberazione di 1.486 detenuti, ma per il Centro per i diritti umani del Bahrain appena 394 si trovavano in cella per motivi politici.

Diritti violati. Abdulla denuncia come la situazione continui a peggiorare dal 2011: “Moltissimi attivisti sono stati fatti tacere chiudendoli in prigione o giustiziandoli. La libertà di espressione è fortemente attaccata, la libertà di associazione non esiste e le persone non sono libere di viaggiare”. Tanto che la sua organizzazione dice di aver documentato oltre mille casi di tortura ai danni di attivisti e difensori dei diritti umani. “Durante le custodie cautelari i prigionieri vengono spesso stuprati o attaccati sessualmente, vengono tenuti in isolamento e privati delle cure mediche. Vi sono sia torture fisiche che psicologiche ed emotive”, dice il direttore esecutivo. Tanto che molti hanno paura di denunciare la situazione sui social network. Chi protesta rischia condanne dai 15 anni all’ergastolo e in alcuni casi la revoca della cittadinanza, che a volte è poi “restituita” attraverso decreto reale.

La mancanza reazione internazionale. Gran Bretagna e Usa sembrano intenzionati a non sollevare la questione del rispetto dei diritti umani per ragioni che vanno dalla “cooperazione militare” a “interessi economici o geopolitici nella regione”. Fatto sta, denuncia ancora l’Adhrb, che “sia il Regno Unito sia gli Stati Uniti chiudono sempre un occhio quando si parla di violazione dei diritti umani in Bahrain”. E l’atteggiamento del nostro paese non è diverso. “L’ambasciata italiana rifiuta di incontrare gli attivisti, le famiglie e i legali che si occupano di diritti umani”.

La versione integrale dell’articolo di Irene Masala, Bahrain: il coronavirus aggrava la violazioni dei diritti umani, può essere letto su Osservatorio Diritti

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