11 marzo 2020 ore: 15:40
Salute

Coronavirus, gli italiani all’estero: “Preoccupati, poche precauzioni in altri paesi”

di Eleonora Camilli
Dalla Francia alla Germania fino agli Stati Uniti sono tanti i nostri connazionali che guardano alla situazione italiana. Hanno paura di un’epidemia anche nel paese dove vivono. “Ci dicono che siamo esagerati, in tanti sottovalutano, in questo momento ci sentiremmo più sicuri in Italia”
Foto: Agenzia Dire coronavirus mascherina

ROMA - Le notizie che arrivano dai media italiani, i messaggi di parenti e amici in quarantena, le immagini sui social: le conseguenze dell’epidemia da coronavirus nel nostro paese preoccupano anche i tanti tanti italiani che vivono all’estero. Residenti in paesi in cui i contagi sembrano essere ancora limitati, in tanti temono che le misure di prevenzione siano decise troppo tardi. In Francia, per esempio, dove il numero dei casi accertati a ieri era di 1.784 (con un incremento di 372 persone positive in un solo giorno) il Governo ha deciso per ora di continuare a tenere aperte scuole e università. Si escludono misure di contenimento drastiche come in Italia: il presidente Emmanuel Macron, che domani farà una dichiarazione alla nazione, ribadisce in queste ore che  le misure restrittive saranno prese solo nei distretti che risultano colpiti dal virus. A livello nazionale sono stati vietati gli eventi con più di mille persone ed è stato disposto che le partite di calcio si svolgano a porte chiuse.


“C'è molta ignoranza e uno spaventoso scetticismo su questa situazione - ci racconta Cecilia Sanfelici, studentessa italiana al primo anno del master in Human Rights ad humanitarian action all’Istituto per gli studi politici (Sciences Po) di Parigi - Permangono molti stereotipi negativi sugli italiani, per cui la situazione attuale in Italia, secondo molti, sarebbe dovuta al fatto che non siamo stati in grado di gestire le cose. Per questo molti nostri compagni  sminuiscono la nostra preoccupazione”. Sanfelici spiega che fino a ieri permaneva l’obbligo di frequenza universitaria, solo da oggi è stato sospeso l'obbligo, ma l'università non sarà chiusa e non ci sono indicazioni su eventuali lezioni online. “Numerosi studenti, singolarmente o in gruppo, hanno fatto presente la loro preoccupazione all'amministrazione, ma fino ad oggi nessun provvedimento era stato preso", spiega. Sulla stessa scia anche Francesca, che frequenta lo stesso ateneo: “siamo tutti molto preoccupati per quello che sta succedendo qui, le misure di contenimento sono pochissime. Avremmo preferito che l'università fosse stata chiusa, saremo gli unici a non andare. Sappiamo cosa è successo in Italia, temiamo che aspettare troppo diventi un problema anche in Francia-  afferma la studentessa -. A Parigi tutto funziona normalmente come se niente fosse: bar, ristoranti, cinema e caffé. Noi italiani ci sentiremmo quasi più sicuri a essere in Italia in questo momento”. Intanto in molte farmacie francesi, gel igienizzanti e mascherine sono terminati.

Per sensibilizzare la popolazione, gli studenti italiani in Francia hanno lanciato oggi la campagna Paris Please Stop, in cui si chiede alle istituzioni, ma anche ai cittadini, di prendere coscienza del problema. "Non è solo una questione di tutela della salute personale - scrivono - ma rispetto degli altri, specialmente delle fasce più vulnerabili della popolazione. In Italia ormai ci sono molti ragazzi di vent'anni in terapia intensiva - aggiungono - non considerati invincibili. In Italia le persone sono a casa, non lavorano, hanno capito la gravità della situazione, allo stesso tempo vediamo una Francia completamente passiva che si rifiuta di accettare che presto la stessa cosa accadrà qui".
 

Qualche misura in più di prevenzione è stata, invece, presa in Grecia, come spiega Giulia. Anche lei italiana, dal 2017 lavora come interprete di inglese e cinese al Servizio asilo presso il ministero dell’immigrazione ad Atene. “Sono molto preoccupata - dice - non so se gli ospedali qui sarebbero in grado di gestire la situazione. Le scuole e le università sono chiuse ad Atene, ma per ora andiamo tutti regolarmente al lavoro. I gel antibatterici stanno diventando introvabili, come le mascherine. La situazione per ora sembra essere più contenuta rispetto agli altri paesi e c’è un dibattito aperto per chiedere la chiusura delle chiese. In generale però la gente va in giro normalmente, non si rispettano le distanze di sicurezza. L’unica differenza negli ultimi giorni sono le persone che girano con le mascherine”. 

 

“Mi dicono che sono esagerata” aggiunge Irene Rizzo che vive a Bonn. Lavora in Germania come consulente Onu. “Noi delle Nazioni Unite lavoriamo da casa - spiega - alcune scuole sono chiuse e sono vietati gli eventi con più di mille persone. La zona dove vivo è tra le più colpite. Ci sono persone preoccupate, ci sono stati episodi di razzia al supermercato però non ci sono restrizioni ad uscire - spiega -. Le mie coinquiline pensano che esageri, a una di loro è stata data la possibilità di lavorare da casa ma continua a recarsi in ufficio”. Preoccupazione c'è anche oltre oceano. "Vivo a Washington Dc- racconta Federico Borello -. Il governo non si sta muovendo, lo fa solo il settore privato e la società civile Ma senza direttive a livello centrale si farà troppo poco e troppo tardi". 


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