27 marzo 2020 ore: 10:00
Salute

La strage silenziosa degli anziani nelle rsa. Msf avvia progetto di supporto

di Eleonora Camilli
Continuano i casi di contagio e decessi nelle strutture per anziani. Ospiti e operatori chiedono maggiori tutele. Medici senza frontiere avvia un progetto nelle Marche: “Portiamo nelle strutture la nostra esperienza di gestione delle epidemie, per far lavorare personale in sicurezza e proteggere i pazienti”
Assistenza anziani, da pixabay

ROMA - L’ultimo caso, in ordine di tempo è quello che ha coinvolto la casa di riposo “Maria Immacolata”, di Nerola, cittadina alle porte di Roma. Qui un uomo è deceduto nei giorni scorsi, inoltre 16 operatori sanitari e 56 pazienti sono risultati positivi al test per il coronavirus. Gli ospiti sono stati trasferiti e la città è stata totalmente isolata fino all’8 aprile. In tutto nel Lazio sono 4 le case di riposo in cui si sono verificati casi di covid 19, dopo i contagi rilevati a Roma, Guidonia e Civitavecchia. Ma il numero cresce se si guarda ai contagi riscontrati a livello nazionale: per gli anziani, i soggetti più esposti al virus, infatti, la situazione è allarmante. I decessi e i casi di contagio crescono di giorno in giorno.

Una strage silenziosa che coinvolge i soggetti più fragili della popolazione ma anche tanti operatori sanitari, che in queste ore continuano a chiedere maggiori tutele e sistemi di prevenzione. In un comunicato i sindacati del Lazio (Spi Cgil, Fnp Cisl e UILP Uil) parlano di “una situazione terribilmente inedita” e di case di riposo che “stanno diventando dei veri e propri lazzaretti. Ospiti, lavoratori e responsabili delle Rsa - sottolineano - stanno affrontando all'interno di queste strutture gli effetti devastanti del coronavirus. Responsabili sanitari e organizzativi, operatori sanitari, socio sanitari e assistenziali che intervengono nelle Rsa, devono poter operare in totale sicurezza a tutela della salute propria e degli ospiti anziani”. In particolare si chiede di “individuare i contagiati, gli asintomatici ed i negativi, garantendo la possibilità di effettuare tamponi per tutti gli utenti e operatori delle strutture residenziali. Isolare e distanziare il più possibile le persone anche all'interno delle strutture - continua la nota -. Assicurare alle persone con disabilità i cui genitori siano ricoverati o siano venuti meno a causa del Coronavirus una immediata presa in carico. E ancora, assicurare, con urgenza, ai genitori, specie anziani, supporti domiciliari per gestire i figli con contagio da Coronavirus o che non siano gestibili in famiglia". Richieste analoghe sono arrivate dai sindacati di settore in altre regioni italiane. Secondo le stime in tutto sono circa 300 mila gli anziani accolti nelle case di riposo e rsa dell’intero territorio nazionale. Strutture che in breve potrebbero trovarsi in una situazione di estrema emergenza. 

Proprio a supporto delle case di riposo, nelle Marche è stato avviato in queste ore un progetto innovativo di supporto di Medici senza frontiere. L’ong ha deciso, infatti, di portare nelle case di riposo della regione la propria esperienza di anni di lavoro e di missioni umanitarie nella gestione di epidemie complesse, come nel caso del virus Ebola in Congo. “Vogliamo mettere al servizio della comunità la nostra conoscenza e supportare gli anziani e le persone che lavorano nelle strutture - spiega a Redattore Sociale Tommaso Fabbri, capo progetto di MSF per risposta al Covid-19 nelle Marche -. In questi giorni siamo in una fase di assessment: stiamo visitando le prime strutture di Fabriano, Jesi, Senigallia e Ancona, per capire i bisogni e ragionare sulle necessità. Uno degli aspetti principali su cui lavoriamo è la prevenzione, che consente di avere un controllo dell'infezione e limitare il contagio. Gli  infermieri e il personale non sono abituati ad operare in una situazione come questa, noi gli offriamo supporto per lavorare in sicurezza. Questo attraverso una condivisioni di esperienze - aggiunge -. Inoltre ci concentriamo anche sull’interazione dei pazienti: gli anziani sono i soggetti più vulnerabili, faremo tutto il possibile per proteggerli. Questo vuol dire anche diminuire la pressione verso gli ospedali locali”.

Il progetto è realizzato in collaborazione con l’Asur (Azienda Sanitaria Unica Regionale). Il team di Medici senza frontiere è composto da medici, infermieri ed esperti di igiene, tutti con esperienze pregresse in missioni umanitarie nella gestione di epidemie complesse. All’interno delle strutture, saranno individuati circuiti interni e aree dedicate che aiuteranno a proteggere ospiti e personale. Nadia Storti, Direttore Generale dell’Asur sottolinea che “la collaborazione con Msf aiuterà a sostenere il territorio nella lotta contro il Covid-19 all’interno delle strutture socio-sanitarie, in accordo con il Direttore di Distretto e con i Medici di Medicina Generale, che potranno trovare in Msf sostegno e consulenza. Questo modello di 'presa in carico' è molto importante anche per ridurre l’afflusso presso gli ospedali, continuando a garantire assistenza ai dimessi”. “Ringraziamo Medici Senza Frontiere – afferma il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli – per il qualificato contributo offerto a supporto delle nostre strutture e speriamo che questa collaborazione possa ampliarsi nei prossimi giorni. La nostra finalità è quella di mettere in campo tutto il meglio per fronteggiare questa emergenza e l’esperienza del team di Msf non può che accrescere le nostre potenzialità in termini operativi”.

In tutto ad oggi sono una trentina gli operatori di Medici senza frontiere impegnati nella risposta al coronavirus in Italia, nelle Marche e nel lodigiano. Il progetto di supporto alle case di riposo è replicabile, l’ong  ha infatti offerto la propria disponibilità anche alle autorità sanitarie di altre regioni, dalle più colpite a quelle dove la prevenzione può fare la differenza: “speriamo di essere autorizzata ad ampliare le attività per supportare un maggior numero di regioni - sottolinea Medici senza frontiere -. Altri operatori che partono in missione con Msf sono già in prima linea negli ospedali italiani come medici del servizio sanitario nazionale. Siamo impegnati contro il coronavirus anche in Spagna, Francia, Belgio e Grecia e siamo in contatto con le autorità sanitarie in Afghanistan e in altri paesi in cui lavoriamo, dove le nostre équipe si preparano all’epidemia”.

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