18 aprile 2020 ore: 00:00
Immigrazione

Coronavirus, regolarizzazione da sola non basta. Nelle campagne braccianti sempre più sfruttati

di Eleonora Camilli
Intervista a Marco Omizzolo, sociologo, ricercatore e autore di “Sotto padrone”. “Oltre all’aumento del monte ore e all'abbassamento delle retribuzioni stiamo registrando una crescita delle intimidazioni e degli atti di razzismo verso i lavoratori stranieri, fino ad aggressioni fisiche. Stiamo tornando al tempo dei padroni assoluti”
© Emiliano Mancuso/Contrasto Raccolta agrumi, Caporalato - Foto Emiliano Mancuso/Contrasto
ROMA - “Restate a casa” è la frase simbolo dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus. Ma c’è chi a casa non può stare, perché costretto a lavorare per assicurare i beni necessari al sostentamento delle famiglie italiani. Sono i lavoratori impiegati in agricoltura, nella maggior parte dei casi di nazionalità straniera, spesso vittime di sfruttamento. Sono circa 400 mila ad avere un ingaggio irregolare, 132mila vivono in condizione di grave vulnerabilità sociale. In queste settimane si discute su come ovviare alla mancanza della manodopera straniera proveniente dall’Est Europa, che potrebbe mettere a rischio il raccolto in molte parti d’Italia. Associazioni e sindacati chiedono di regolarizzare i migranti già presenti sul territorio. Ma questa misura può bastare? E nel frattempo come si sta tutelando chi già è impiegato nel settore? Lo abbiamo chiesto a Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore per Eurispes, tra i maggiori esperti in Italia di lavoro in agricoltura e autore di “Sotto Padrone, uomini, donne e caporali nell'agromafia italiana”, edito da Feltrinelli.

In “Sotto padrone” vengono raccontate le condizioni di lavoro e di sfruttamente dei lavoratori agricoli, in particolare nell’agro pontino. In questo periodo di emergenza sanitaria com’è cambiata la situazione in agricoltura per i braccianti  e che tipo di tutele ci sono per loro?

Grazie ai canali attivi con i braccianti sul territorio  riesco a monitorare quotidianamente la situazione, anche in questo periodo.  Ci sono diversi casi: alcune aziende sono in oggettiva difficoltà perché la catena commerciale, legata ai ristoranti e agli hotel, è in crisi essendo le attività chiuse. Quindi ci sono dei braccianti che restano a casa senza lavoro o lavorano molto poco, e hanno evidenti difficoltà economiche. In altri casi l’attività va avanti e la produzione resta alta come nel caso del mercato ortofrutticolo di Fondi, quindi il bracciante viene impiegato come prima attraverso un caporale e il livello di sfruttamento in alcune situazioni è ancora  peggiore. Questo anche perché alcuni imprenditori sono consapevoli che i controlli sono solo sulle strade e legati al contrasto del coronavirus. Non ci sono più i controlli nelle aziende per caporalato e in molti se ne approfittano. Per esempio si fanno lavorare le persone più ore ma con una retribuzione più bassa: c’è stato un abbassamento della paga oraria a 3,50 l’ora, in alcuni casi. Inoltre visto che andiamo verso la bella stagione si lavora anche 11/12 ore al giorno, perché c’è più luce. Inoltre i braccianti sono obbligati ad acquistare privatamente mascherine e guanti, non sono informati su come lavorare nelle aziende. La raccolta si  fa a gruppi e questo rende i lavoratori più esposti al contagio. In generale, dunque si registra un peggioramento della situazione. Il caporalato continua ad esserci, il reclutamente avviene anche via whatsapp. 

Un tema centrale nel suo libro è quello delle agromafie: l’economia non osservata è stimata in circa 208 miliardi di euro. In questo momento come stanno agendo le mafie in agricoltura? E’ ipotizzabile che possano approfittare del momento di pandemia per fare affari?

Temo che sia in atto un processo di radicamento ulteriore delle agromafie per la capacità che hanno di investire i propri capitali illeciti, molti dei quali sono stati impiegati da sempre in agricoltura. Anche in questo caso potranno intervenire nel settore agendo su tutta la filiera, foraggiando la spesa oppure acquistando aziende. Un classico caso è quello dell’azienda che viene intercettata dal clan che offre prestiti e mette una testa di legno al suo interno, questa situazione può verificarsi verosimilmente in un momento in cui le imprese sono in crisi. Oppure come spesso accade la mafia si dedica al trasporto, al reclutamento, all’attività di sfruttamente e intermediazione. Un’attività che oggi potrebbe aumentare. Non abbiamo ancora dei dati, le frontiere sono chiuse ma credo che alla fine troveremo rafforzata la dimensione internazionale delle mafie, che hanno un’enorme capacità di relazionarsi con l’estero e con i paesi di origine dei migranti.

In alcuni casi il coronavirus si sta rivelando una lente ingrandimento: aiuta a guardare con chiarezza alcuni fenomeni finora rimasti invisibili. E così in queste settimane è stato chiaro a tutti che in agricoltura la maggior parte della manodopera è straniera. In questi giorni si sta discutendo su come ovviare alla mancanza di lavoratori dall’est Europa, e tra le ipotesi in campo c’è quello di una sanatoria per i migranti irregolari. Lei insieme ad altre associazioni e ai sindacati di settore si è espresso a favore di questa ipotesi, ma è una soluzione che può bastare?  

La regolarizzazione va fatta ma da sola non basta. Non è una misura sufficiente se rimangono  in vigore le procedure che rendono più fragile la posizione di alcune persone, come per esempio il primo decreto sicurezza. La legge 132 del 2018, come ricorda anche Amnesty International, ha distrutto la buona accoglienza, ha creato dei grandi hub dove si concentrano i richiedenti asilo, mentre altri sono finiti  in strada diventando facile preda per le mafie e manodopera a basso costo per caporali e speculatori. A Castel Volturno Nash, ghanese di 67 anni si è ammalato di coronavirus ed è morto. Si tratta di uno dei tanti casi di persone lasciate in mezzo alla strada per decreto, prima era accolto in uno Sprar. Se non fermiamo questo meccanismo di esclusione non si arrestano i problemi. Va cancellato anche il reato di clandestinità. Insomma,  serve visione nuova nel paese su lavoro e accoglienza. La regolarizzazione può essere un primo importante passo, ma credo che non possa riguardare solo i lavoratori e le lavoratrici, altrimenti siamo all'interno del paradigma: agisco solo se mi è utile. E’ una questione di diritti che deve riguardare una platea molto più ampia di persone.

Una questione cruciale resta anche quella dei controlli. 

Sì, un caso emblematico è avvenuto due settimane fa: la polizia ha fermato 3 furgoni, in ognuno viaggiavano stipati i lavoratori agricoli, ma la  denuncia alla fine è stata solo per contravvenzione alle norme anti contagio da coronavirus, perché non c’era distanziamento sociale. Ma quelle tre persone erano caporali. Ormai i controlli sono solo su strada e inerenti al virus. Siamo arrivati a questa crisi già con grande gap su questo fronte:  i controlli andrebbero riorganizzati, ad esempio con l’uso della tecnologia e dei droni. Mentre il nostro sistema ha in mente ancora il controllo fisico con lo spostamento di un ispettore in azienda. Si potrebbero inoltre fare i controlli attraverso l’incrocio dei dati a disposizione, ma l'amministrazione è ancora molto lenta. Oltre all’aumento del monte ore e all'abbassamento delle retribuzioni noi stiamo registrando anche una crescita delle intimidazioni e degli atti di razzismo verso i lavoratori stranieri, anche aggressioni fisiche. E tutto ciò può restare anche dopo  la pandemia: stiamo tornando al tempo dei padroni assoluti. L’attività di controllo serve anche a far sentire il fiato sul collo dello Stato a questi criminali, specialmente in una zona di confine come l’agro pontino. In questo periodo c’è anche un aumento delle sostanze dopanti tra i braccianti nelle campagne con il conseguente aumento del business di chi controlla questo mercato. Aumenta anche l’uso di fitofarmaci, che creano un grave danno sia all’ambiente che ai consumatori.

In questi giorni si chiede di aiutare il made in Italy, ma comprare italiano non sempre è sinonimo di una filiera equa. Che ruolo attivo possono avere i consumatori in questa lotta allo sfruttamento? 

E’ importante comprare made in Italy ma bisogna sapere che questo non esclude lo sfruttamento dei lavoratori. Il made in Italy serve al sistema paese in questo momento, ma esistono aziende italiane che non lavorano con correttezza. Il consumatore è un cittadino, e quindi dovrebbe informarsi, comprendere e poi agire. Dobbiamo chiedere la tracciabilità completa dei prodotti, questo permetterebbe di conoscere non solo l’origine ma anche le modalità di produzione in maniera chiara per orientare i consumi. Quello che consiglio sempre è anche di stringere relazioni dirette con i braccianti stranieri, che sono una fonte straordinaria di informazioni. Andare dal lavoratore o dal produttore onesto può aiutarci a capire cosa accade intorno a noi e a comprare meglio. 

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