4 agosto 2016 ore: 09:35
Non profit

Corpi civili di pace, al lavoro nella "Comunità di pace" dei campesinos

Si chiama Operazione Colomba e ha come base la Comunità di San José de Apartadò: è questo il progetto in partenza per la sperimentazione dei “caschi bianchi”. Lapenta (Papa Giovanni XXIII). “Iter lunghissimo, siamo in ritardo. E nel bando obblighi di sicurezza talvolta inapplicabili”
Bandiera della colombia con scritta "pace"

BOLOGNA -. Si chiama Operazione Colomba: è il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, ed è presente in modo stabile in Albania, Libano, Palestina, Israele e Colombia. E proprio la sua declinazione sudamericana ha appena ottenuto la valutazione positiva (con limitazioni che saranno chiarite prossimamente) nella sperimentazione dei Corpi civili di Pace. Sono 4 i volontari che, completata la formazione, potranno partire. Base di Operazione Colomba in Colombia, la Comunità di Pace di San José de Apartadò – dipartimento di Antioquia, nord-ovest del Paese – nata nel 1997 in un territorio tanto pericoloso quanto strategico, culla dei gruppi paramilitari, delle Forze Armate Colombiane e della guerriglia – soprattutto delle Farc – corridoio privilegiato per i traffici illeciti verso Panama, ma anche verso gli Stati Uniti e l’Europa.

“La Comunità di Pace è una comunità di campesinos, contadini – spiega Alessandra Zaghini, operatrice del progetto –, ed è composta da famiglie che, stanche di doversi continuamente spostare per scampare alla violenza, nel 1997 si sono autoproclamate neutrali. A San José de Apartadò non sono ammessi né armi né liquori, e si conduce uno stile di vita comunitario e solidale, soprattutto grazie alla coltura del cacao biologico”. Una neutralità non sempre rispettate dalle forze armate: dall’inizio di questa esperienza, oltre 200 residenti sono stati uccisi, senza contare le innumerevoli denunce di minacce e violenze. “Noi siamo uno dei tre gruppi che vivono nella comunità. Organizziamo gli accompagnamenti, ovvero accompagniamo i leader della comunità, ma anche le persone comuni, in città o su per il monte, a seconda dei loro impegni. San José de Apartadò è composta da un gruppo di villaggi a cavallo di due regioni, perciò alcuni viaggi d’accompagnamento durano 2 o 3 giorni, altri anche una settimana o 10 giorni. “La presenza di accompagnatori internazionali funge da deterrente contro le violenze. Ma, oltre a questo aspetto più pratico, monitoriamo le violazioni dei diritti umani: i “caschi bianchi” ci seguiranno in queste attività, limitatamente a quanto sarà possibile per garantire la massima sicurezza”.

“Siamo molto felici dell’approvazione dei progetti, la aspettavamo da tempo, considerato che sono previsti dal 2013 – commenta Nicola Lapenta, responsabile del servizio civile per la Papa Giovanni XXIII –. L’iter è stato lunghissimo, mentre è così urgente una progettualità per la costruzione della pace e per l’elaborazione di un altro modo di intervenire nei conflitti che non sia quello armato. Purtroppo, noi andiamo a rilento rispetto alla storia”. Lapenta sottolinea anche come, dal suo punto di vista, sia errato parlare di “sperimentazione” dei Corpi Civili di Pace: “È da vent’anni che ci sono civili che entrano disarmati in zone di guerra. Altro che sperimentazione, sarebbe più corretto parlare di consolidamento di un’esperienza”.

Come noto, al momento è stata coperta solo la metà dei Corpi civili di pace: “Partecipare a questo progetto non è stato facile. Per esempio, un enorme ostacolo è stato quello legato alla sicurezza. Premesso, se ce ne fosse bisogno, che la sicurezza di tutti è ovviamente la priorità, come si può chiedere che ovunque siano rispettate le medesime norme? È indispensabile individuare un paradigma, perché l’idea di sicurezza delle forze armate è diversa da quella dei “caschi bianchi”. La sicurezza dei nostri operatori passa dai rapporti che sono in grado di costruire con la popolazione locale: non si tratta di utopia, ma del nostro cardine”. Lapenta fa due esempi: l’obbligo previsto dal bando che ogni volontario sia dotato di una radio e abbia un autista e un’auto sempre a disposizione. “Indossare una radio, in alcuni Stati, è assolutamente impensabile perché vietato esplicitamente. Può essere pericoloso, e potrebbe anche essere percepito dalla popolazione locale come elemento di distanza. Oppure: che senso ha dovere disporre di un autista sempre rintracciabile e di un’auto? Ci sono zone in montagna raggiungibili solo con il mulo. Sicuramente, imposizioni come queste hanno fatto desistere altre organizzazioni potenzialmente interessate dal prendere parte a questo progetto”. (Ambra Notari)

© Riproduzione riservata Ricevi la Newsletter gratuita Home Page Scegli il tuo abbonamento Leggi le ultime news