12 giugno 2021 ore: 10:00
Immigrazione

Corpi migranti, quelle tombe senza nome che raccontano le tragedie del mare

di Eleonora Camilli
Esce in libreria il lavoro di Max Hirzel: 84 fotografie a colori accompagnate da documenti, testi e riflessioni. Si parte dai cimiteri siciliani, per capire come e dove i corpi dei migranti vengano sepolti dopo i naufragi, per passare a raccontare chi restituisce un nome a queste persone. “Queste morti sono un’aberrazione che non dovremmo permettere né accettare”
© Max Hirzel Corpi migranti

Cimitero di Rosolini, sepolture di 6 vittime del naufragio del 18 Aprile 2015

ROMA - “Ho più paura di finire sepolto anonimo in un cimitero in Europa che di morire in mare”. Le parole di Alpha, originario del Mali, hanno accompagnato in questi anni il lavoro di Max Hirzel, fotografo e documentarista, attraverso le rotte dell’immigrazione. Una suggestione tradotta oggi in Corpi Migranti, edito da Emuse, che raccoglie gli scatti realizzati tra il 2015 e il 2017, gli anni della crisi dei rifugiati in Europa. Fotografie che evocano più che mostrare e che invitano a fare memoria delle tragedie del mare, troppo spesso dimenticate. 

“Ho deciso di raccogliere il mio lavoro in un libro dopo una mostra - racconta l’autore -. Ho visto il pubblico reagire alle immagini in una maniera che mi ha stupito. Un signore mi ha detto che vedere queste fotografie gli aveva ricordato la visita ad Auschwitz. Ho pensato che forse alle morti in mare c’era ormai troppa assuefazione, come se fosse una tragedia naturale. Volevo far vedere, invece, che si tratta di un’aberrazione che non dovremmo permettere né accettare”.

Ginevra Malta (Policlinico di Palermo) in una delle tende dove si svolgono le autopsie

Ginevra Malta (Policlinico di Palermo) in una delle tende dove si svolgono le autopsie.

Nel laboratorio del Policlinico di Palermo le sezioni del femore di 52 migranti, la cui analisi determina l'età delle vittime

Nel laboratorio del Policlinico di Palermo le sezioni del femore di 52 migranti, la cui analisi determina l'età delle vittime.

E così il lavoro di denuncia di Hirzel si dipana, pagina dopo pagina, attraverso le immagini dei cimiteri di tombe senza nome, di bare accatastate e pronte per essere riempite dopo uno sbarco, dei volti di chi resta. “Non mostro i corpi ma quello che c’è intorno. Ho fotografato le sepolture, i becchini che assemblano decine di bare dicendo che tutto ciò non è normale - spiega il fotografo - Per ogni tomba ho fatto lo sforzo di dividere il numero, spesso giornalisticamente raccontato come insieme, in tante singole storie. Ho cercato di evocare tutto ciò che c’è dietro tutto questo”.

Due operatori mortuari assemblano le parti in zinco delle bare

Due operatori mortuari assemblano le parti in zinco delle bare.

Il volume contiene 84 fotografie a colori accompagnate da documenti, testi e riflessioni di Max Hirzel, Dagmawi Yimer, Grazia Dell’Oro, Federico Faloppa, Pietro Del Soldà. Si parte dai cimiteri siciliani, per capire come e dove i corpi dei migranti vengano sepolti dopo i naufragi, si passa a raccontare chi restituisce un nome a queste persone. Per finire, ripercorrendo la rotta al contrario, nei paesi di origine. “Corpi migranti ci aiuta a non consumare l’anomalia. Ci chiede di rompere il racconto e le sue geometrie, dell’accoglienza, dei respingimenti, dei resti allineati dalla medicina forense, degli oggetti e delle tracce, della anonima regolarità di bare di zinco e pietre tombali, perché nulla di ciò che stiamo vedendo è commensurabile, duplicabile, incasellabile” sottolinea il linguista Federico Faloppa. Il libro sarà in libreria dal 20 giugno.

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