28 aprile 2016 ore: 14:53
Welfare

Costruire un "welfare dei diritti": una riforma che vale 80 miliardi

Ricomporre gli interventi su persone più in difficoltà, ottimizzare l’efficacia sui bisogni, equità distributiva e efficienza nell’uso delle risorse: ecco la riforma che delinea un sistema universalistico con un "modesto" aumento di costo. L’analisi di Ranci Ortigosa (Irs)
Welfare timbro -SITO NUOVO
Welfare dei diritti

MILANO – Il nostro welfare? “È iniquo, con forti limiti, non efficace nell’affrontare le situazioni di maggiore fragilità, privo di una misura nazionale di contrasto alla povertà, un sistema che non rapporta gli interventi ai bisogni e alla loro intensità, che ha risorse troppo scarse sui territori”. L’analisi è di Emanuele Ranci Ortigosa, presidente emerito e direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca sociale nonché direttore della rivista Prospettive sociali e sanitarie. “La legge di stabilità e il successivo disegno di legge del governo prevedono che, nel 2016, vengano approvati uno o più provvedimenti legislativi per introdurre un’unica misura di contrasto alla povertà, per razionalizzare le prestazioni esistenti e riordinare la normativa su interventi e servizi sociali, si tratta di un’opportunità per un confronto che vada oltre i limite della delega e avviare una seria riforma del sistema assistenziale – dice Ranci Ortigosa – Per innovare non è sufficiente introdurre nuove singole misure, anche se valide, che vadano ad affiancare quelle esistenti senza rimetterle in discussione. Per attuare una riforma è necessario un approccio di riprogettazione che parta dalla revisione critica delle misure esistenti per ricomporre gli interventi sulle persone e sulle famiglie in maggiore difficoltà con un insieme coerente di politiche sociali che ottimizzi l’efficacia sui bisogni, l’equità distributiva tra tutti i soggetti, l’efficienza nell’uso delle risorse”.

In Italia nel 2014 oltre 4 milioni di persone erano in povertà assoluta (pari al 6,8 per cento della popolazione residente), mentre 7,8 milioni di persone (il 12,9 per cento) erano in povertà relativa (dati Istat). Ma il 44 per cento delle famiglie in povertà assoluta non riceve alcun trasferimento monetario nazionale, mentre 13 miliardi di euro (pari al 26 per cento della spesa assistenziale nazionale) vanno a famiglie che hanno un Isee elevato con un reddito disponibile medio equivalente che va da poco più di 23 mila a 48 mila euro. Sempre a queste famiglie va il 26 per cento delle erogazioni specificamente destinate a integrare redditi insufficienti. “Le politiche sociali dovrebbero intervenire su situazioni di bisogno socialmente riconosciute, integrando risorse personali e familiari gravemente carenti e sostenendo potenzialità di persone e contesto – continua Ranci Ortigosa – Dovrebbero intervenire su tutte le situazioni di bisogno e solo su quelle reali in base al criterio ‘uguali bisogni, uguale sostegno. Maggiori bisogni, maggiore sostegno’. Ciò in Italia non accade e non è previsto che accada: la coerenza tra la distribuzione sociale delle erogazioni assistenziali e la condizione di bisogno economico e di fabbisogno assistenziale delle famiglie è molto limitata”. Basta pensare che disabili e non autosufficienti ricevono una indennità di accompagnamento uguale per tutti, senza alcun rapporto con l’intensità del fabbisogno assistenziale, “l’appropriatezza inoltre è inficiata dall’assoluta prevalenza delle erogazioni monetarie e delle detrazioni fiscali nazionali, 60 miliardi di euro ovvero l’80 per cento della spesa, rispetto alle prestazioni dei servizi per i quali si può contare solo su parte delle risorse dei Comuni, 7 miliardi di euro ovvero un decimo della spesa totale pari a 72 miliardi di euro”.

Di fronte a questa situazione, come si può innovare? “Serve un sistema centrato su politiche presidiate da livelli essenziali – prosegue Ranci Ortigosa – e bisogna accompagnare le misure con uno sviluppo qualitativo e quantitativo dei servizi territoriali gestiti a livello di ambito, adeguato alla loro nuova centralità e ai loro nuovi compiti, grazie a finanziamenti aggiuntivi e alla liberazione di attuali risorse nazionali conseguente alle nuove misure”. Tra le misure ci sono: il reddito minimo di inserimento per integrare tutti i redditi fino alla soglia della povertà assoluta che deve essere complementare a progetti personalizzati di promozione e inserimento sociale per le famiglie in povertà; un assegno per i figli, un sostegno economico per famiglie con figli minori o studenti fino a 25 anni; una dote di cura che assicura un sostegno economico e di servizi a tutte le famiglie con persone non autosufficienti o disabili di entità rapportata all’intensità del fabbisogno assistenziale, senza alcuna selettività economica; una pensione unica per invalidi con condizione economica media o bassa; un budget di inclusione per persone disabili e opportunità di vita autonoma.

Tabella welfare dei diritti

L’effetto di un sistema così configurato? “Il tendenziale azzeramento della povertà assoluta che ora è al 7,2%, la concentrazione dei benefici sui più bisognosi per reddito, per impegni di cura dei figli, per l’assistenza di disabili e non autosufficienti”, spiega Ranci Ortigosa. 

Senza contare che l’aumento di costo sarebbe “modesto”. Attualmente la spesa assistenziale è di circa 72 miliardi di euro, che arriverà a 75 miliardi di euro nel 2017. “Il costo a regime delle politiche sociali indicate nella nostra proposta sarebbe di 80 miliardi di euro, un aumento del 6% rispetto alla spesa del 2017 da raggiungere al termine di un percorso di più anni, contrassegnato da misure intermedie – conclude Ranci Ortigosa – Un costo che potrebbe essere coperto da finanziamenti pubblici aggiuntivi o anche, in tutto o in parte, con una scelta redistributiva più accentuata da quella da noi proposta attingendo ad esempio ai 7,5 miliardi di euro delle attuali erogazioni per contrasto alla povertà e sostegno alle famiglie che vanno ai nuclei familiari benestanti”.

L’indagine realizzata da Associazione per la ricerca sociale e Istituto per la ricerca sociale è stata presentata al convegno “Costruiamo il welfare dei diritti” che si è tenuto lo scorso 8 aprile a Milano ed è contenuta nel numero 2-2016 della rivista Prospettive sociali e sanitarie. (lp)

© Copyright Redattore Sociale