27 marzo 2020 ore: 15:48
Immigrazione

Covid19, nei ghetti dei braccianti dove manca anche l’acqua: “intervenire o bomba sanitaria”

di Eleonora Camilli
Sono circa 1200 le persone che vivono nella Piana di Gioia Tauro in luoghi insalubri. Le ong continuano ad assistere le persone e a chiederne il trasferimento. Piobbichi (Mediterranean Hope): “Se si verificasse un focolaio sarebbe gravissimo, sanità calabrese troppo fragile. Stiamo chiedendo aiuto alle istituzioni, bisogna agire ora e prevenire”
Caporalato, braccianti agricoli immigrati

ROMA - Sono circa 1200 i braccianti che vivono nei ghetti e le tendopoli della Piana di Gioia Tauro: 450 a San Ferdinando, tra le 250 e 300 a Rosarno, altri 150-200 a Taurianova. A questi si aggiungono circa un centinaio di persone che abitano in piccoli insediamenti informali. Luoghi insalubri in cui manca tutto, spesso anche acqua e corrente elettrica, e dove da giorni aleggia lo spettro del contagio da coronavirus. A Rosarno ci sono già i primi casi positivi tra la popolazione locale, il rischio che l’epidemia arrivi fino ai ghetti dei migranti si fa sempre più reale.

“Riscontriamo una totale assenza di un pensiero di intervento rispetto a una questione che rischia di diventare un’emergenza nell’emergenza dal punto di vista sanitario: vivere nelle tendopoli e nei ghetti significa vivere in condizioni precarie e ad alta vulnerabilità", spiega Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope, programma per migranti e rifugiati della Federazione delle Chiese evangeliche. Insieme a Medici per i diritti umani, Mediterranea Hope è attiva all’interno dei campi, per monitorare le condizioni d accoglienza e portare assistenza. 

"La situazione più grave è a Taurianova, dove non c’è né acqua né elettricità. Le persone vivono in baracche e vecchi casolari, ammassati, vicini - aggiunge Piobbichi -. Venti giorni fa, dopo un controllo, è stato tolto l’accesso all’acqua, avevano un allaccio informale e così la polizia è intervenuta. Ora devono andare a prenderla con le taniche per lavarsi. Questa situazione ovviamente è molto grave, lo abbiamo fatto presente alla prefettura e a tutte le istituzioni, Medu ha chiesto anche un incontro: va bene rispettare la legalità, però qui va portata l’acqua con le cisterne. Non si possono lasciare le persone così, come dovrebbero lavarsi le mani spesso? O rispettare le altre norme di igienie anti coronavirus?”.

In una lettera inviata da Medu e Mediterranean Hope al dirigente generale del Dipartimento Salute e politiche sanitarie Antonio Belcastro e alla presidente della Regione Calabria Jole Santelli le ong chiedono quantomeno l’accesso all’acqua potabile. Per ora però, risposte operative non sono ancora arrivate. E così hanno portato nei ghetti il gel igienizzante ottenuto grazie al sindaco di San Ferdinando. Altro gel è in produzione in una farmacia locale, mentre le mascherine ancora non si riescono ad avere. 

“Portare il gel nei ghetti è quasi un atto simbolico - continua Piobbichi - non è pensabile affrontare una pandemia in quelle situazioni. Nelle tendopoli e nei container almeno c’è il bagno ma nei ghetti neanche quello. Ed è impossibile distanziare le persone. Noi stiamo cercando di prevenire, perché pensiamo che se scoppiasse la bomba sanitaria in un campo con 400 persone, e per di più in una regione come la Calabria, in cui la risposta al coronavirus è molto fragile, sarebbe un problema per tutti. Lo stiamo dicendo in tutti i modi e a tutti i livelli istituzionali. Non si può ragionare a lungo termine, qui è questione di ore”. 

La richiesta primaria è quella di portare via le persone dai ghetti. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di metterle negli alberghi ormai chiusi per l’emergenza. Oppure far trovare una sistemazione ai migranti mobilitando il circuito e le competenze dello Sprar, ora rinominato Siproimi. O ancora collocarli nei beni confiscati alle mafie.  “Smontiamo i ghetti nel diritto, costruiamo le premesse per togliere le persone da una situazione di vulnerabilità estrema: possono essere utilizzati beni confiscati, gli hotel e gli sprar - continua Piobbichi -. Dobbiamo pensare a una soluzione e aprire un confronto serio prima che succeda qualcosa di grave: se un ragazzo prende il virus, cosa accade? Dove potrà stare in isolamento? O dobbiamo aspettare che contagi gli altri, per chiudere tutti dentro il ghetto e lasciarli lì? Questi sono i lavoratori che oggi ci consentono di avere in tavola i beni di prima necessità. Questo discorso riguarda l’intera filiera agricola, non possono essere solo le associazioni a preoccuparsi”.

In questi giorni le organizzazioni continuano il monitoraggio. Medu ha chiesto di poter effettuare tamponi e di essere messa nelle condizioni di poter realizzare il distanziamento sociale se ci sono casi sospetti. “Stiamo predisponendo dei modelli di intervento con o senza Covid19. Ci stiamo muovendo, cioè, cercando di anticipare i tempi per evitare il peggio, aspettiamo che le prefetture almeno ci rispondano - conclude Piobbichi -. Non dobbiamo far diventare questi luoghi dei focolai, i ghetti esistono da anni, andavano smantellati già prima, ora è ancora più urgente per una questione di salute pubblica innanzitutto, ma anche per una questione di diritti”.
 


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