26 luglio 2013 ore: 13:03
Famiglia

“Mamma a carico”: la chiave è “scoprire la leggerezza”

Intervista a Gianna Coletti, attrice nel film di Laura Chiossone “Tra cinque minuti in scena” e autrice del blog Mammaacarico. “Il delicato rapporto tra una figlia adulta e una madre anziana attraversa diverse fasi: dalla paura all’empatia”
Mamma a carico - Video

ROMA – “Da molti anni sono la ‘mamma’ di mia madre e vi confesso che mia madre come figlia è bella tosta”: così Gianna Coletti, 50 anni, attrice di teatro, presenta sua mamma Anna, novantenne, “non più autosufficiente ma non moribonda”. Mammaacarico è il blog in cui Gianna racconta questa delicata relazione, da quando questa è diventata anche un film, “Tra cinque minuti in scena”, della regista Laura Chiossone, da alcune settimane al cinema. Gianna interpreta se stessa, nel ruolo della protagonista: attrice di teatro, figlia adulta di una donna anziana, alle prese con un rapporto complicato, tra paura, rabbia, dolore, sensi di colpa, ma anche momenti di gioia e risate. 

Gianna, come è nata l’idea di raccontare questa storia?
Stavo facendo un lavoro di pubblicità con Laura Chiossone. Mia mamma ha fatto sempre parte della mia vita in modo ingombrante, ne parlavo continuamente. Laura in quel periodo stava girando un documentario sulle badanti e sul rapporto tra figli e genitori anziani... Venne quindi a conoscere mia mamma e ne rimase folgorata: “dobbiamo farne un film”, ha detto. Quindi ne ha discusso col produttore ed in poco tempo è nato questo film indipendente: girato con pochi mezzi e in brevissimo tempo. Un film importante però, di cui c’era un gran bisogno. 

E l’idea del blog “Mammaacarico”?
E’ venuta dopo il film: ci sembrava giusto portare avanti questo argomento, che evidentemente tocca da vicino tante persone. Mi arrivano infatti moltissimi commenti e lettere di donne spesso disperate, che si trovano incastrate in questo rapporto: non riescono a superare la rabbia, non sanno trovare la leggerezza che, invece, è un aspetto fondamentale del rapporto. Anche nel blog, cerco di restituire questa leggerezza, attraverso l’ironia: non voglio che sia un contenitore di dolore. É struggente per me vedere mia madre che si consuma, che si spegne: ma anche in questo strano rapporto si possono trovare momenti di gioco e di gioia. 

Questa leggerezza arriva anche nel film
Sì, questo è il suo punto di forza: poteva essere un film solo sul dolore, senza speranza. Invece Laura è riuscita a dare questo taglio leggero, di cui tante donne ci ringraziano, dopo averlo visto nelle rassegne o le anteprime. Mi rendo conto, però, che questa leggerezza si conquista col tempo, dopo tanta paura e tanta rabbia di fronte all’obbligo dell’accudimento. E’ l’ultima “tappa” di questo rapporto in continua evoluzione. 

Quali sono le altre “tappe”?
Inizialmente, c’è solo la paura: paura di non saper gestire un problema così grande. Io ne ho avuta molta, all’inizio, quando mia madre ha perso la vista, oltre 20 anni fa. Era ingovernabile, rivendicava la sua autonomia, nonostante la sua condizione. Non accettava la cecità: ancora adesso mi chiede di accederle la luce. Eravamo iscritte alla sezione milanese dall’Uic, che organizzava anche cene e soggiorni. Ma lei si rifiutava di partecipare: “Cosa fado a fare in mezzo a tutti quegli sguerci?!” Poi, sono subentrati problemi sempre maggiori e lei era sempre più ingestibile: rifiutava le badanti, ho scoperto che una, per disperazione, dormiva per le scale. In un certo senso, è diventato più facile gestirla quando è diventata del tutto non autosufficiente, tre anni fa, dopo l’ennesima caduta... Tanta paura, quindi, all’inizio: ma anche tanta rabbia. Non capisci perché la vecchiaia di tua madre non è come l’avevi immaginata, magari è più complicata di quella dei vicini. E poi spesso ci sono conflitti ancora aperti tra te e tua madre,il livore è ancora vivo e tu ti trovi a doverti prendere cura di lei. Ora, ho superato questi sentimenti: resta solo il bisogno di accompagnarla verso la fine nel migliore dei modi. Si dice che la vita si sia allungata: in realtà, però, si è allungata moltissimo la vecchiaia. Quel che manca è l’empatia con il “vecchio”: non ci rendiamo conto di quanto possa aver paura, di quanto possa soffrire. Bisogna avere la forza non solo di sopportarlo, ma anche di supportarlo. 

Tua mamma è presente nel film, interpretando la propria parte. Come è stato possibile realizzarlo?
Quando ho detto a mia madre che avremmo girato un film su di lei, è stata felicissima, per via del suo ego smisurato. Naturalmente, se l’è dimenticato un attimo dopo. Tutte le scene in cui compare mia madre sono state girate a casa sua: è un vero e proprio documentario all’interno del film. Mia madre ovviamente non recita: non sarebbe capace di imparare una parte a memoria. Quando giravamo, lei ne era messa al corrente, ma lo dimenticava un attimo dopo. Così, nel film, mia madre è semplicemente mia madre e quello che si vede è il nostro rapporto reale. 

Nella parte finale del film ci sono alcune scene in cui si sentono solo le voci, tua e di tua mamma: sembra un’intervista...
Sì, è la strategia che ho usato per tranquillizzarla durante il lungo ricovero in ospedale. Mia madre è molto ansiosa e in quel periodo proprio non si dava pace. Così le ho detto che dovevamo fare intervista per Radio Meneghina. Naturalmente, era entusiasta: abbiamo registrato ore e ore di suoi racconti. Poi glieli facevo riascoltare e lei, tutta presa da se stessa, stava  tranquilla per un po’... Quando Laura ha saputo di quelle registrazioni, naturalmente ha voluto inserirle nel film. 

Il film è uscito nelle sale il 27 giugno. Cosa ti aspetti?
Credo che tante persone abbiano bisogno di questo film: soprattutto tante figlie, diventate madri delle loro mamme, che hanno bisogno di essere tranquillizzate, di scoprire la bellezza e la leggerezza della loro condizione. (cl)

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