22 novembre 2017 ore: 16:42
Famiglia

Non autosufficienza, parola chiave è innovazione. "Ci sono meno soldi, servono più idee"

L’analisi di Marco Trabucchi (Gruppo di ricerca geriatrica) intervenuto al Forum Non Autosufficienza di Bologna: “Innovare città, tecnologia, organizzazione, formazione. Solo così potremo avere un futuro migliore”. Le prospettive per i servizi residenziali e territoriali
Scritta - Innovation

BOLOGNA - “La parola chiave per i servizi residenziali rivolti agli anziani è innovazione. Ci sono meno soldi, bisogna metterci più idee”. Inizia così l’intervento di Marco Trabucchi del Gruppo di ricerca geriatrica alla nona edizione del Forum sulla non autosufficienza (e sull’autonomia possibile) in corso a Bologna.
Ci sono tantissime micro-innovazioni nei territori ma nessun luogo in cui raccoglierle, elaborarle e farle diventare testimonianze utili a tutti – ha proseguito Trabucchi –. Non si deve avere paura del nuovo e, purtroppo, ce l’hanno in molti, anche tra gli amministratori. Solo se si capisce che bisogna innovare, potremo avere un futuro migliore”.

Tra le aree in cui bisogna innovare, Trabucchi indica, in primis, le città, “che non devono essere contenitori inerti rispetto alle strutture residenziali”, poi la tecnologia, l’organizzazione e infine la formazione, “che è la manutenzione del sistema”, afferma. “In Italia abbiamo molto spazio per l’innovazione”, gli ha fatto eco Antonio Guaita della Fondazione Cenci Gallingani, nel suo intervento sulle prospettive per i servizi residenziali. “Di solito tendiamo ad associare la non autosufficienza alla perdita del movimento, ma con la demenza siamo di fronte a un nuovo tipo di non autosufficienza, una non autosufficienza mobile – prosegue –. Si tratta di un cambiamento fondamentale, perché diventa prevalente l’attività di sorveglianza, rispetto all’assistenza”. Guaita ha poi portato due esempi che puntano a superare il concetto di struttura residenziale a favore dell’idea del villaggio. “Il paese ritrovato” è un progetto della cooperativa La Meridiana che sarà realizzato a Monza con 8 appartamenti e 64 posti in cui “il perimetro di sicurezza in cui poter dare libertà alla persona si amplia”. Alcuni servizi sono all’interno delle case, altri sono centrali e c’è un grande uso della tecnologia. “Il villaggio Alzheimer” invece è un progetto della Fondazione Il melo a Cardano al Campo (Varese) con 96 posti in cui l’obiettivo è investire sulla quotidianità, in cui far sentire le persone a casa. “Non si possono dare solo risposte di contenimento e le strutture non possono essere solo contenitori ma devono far parte della comunità”.

Le prospettive per i servizi territoriali. “Il sistema di assistenza è polarizzato tra Rsa e servizi domiciliari, in mezzo c’è uno spazio vuoto e bisogni scoperti – ha detto Rosemarie Tidoli, coordinatrice area anziani per Lombardiasociale – Oggi però si sta ampliando il concetto di domiciliarità e c’è una nuova cultura in cui la comunità torna a prendersi cura delle non autosufficienze. E i decisori lo stanno capendo”. Le sperimentazioni vanno in 4 direzioni: integrazione e potenziamento dei servizi esistenti (ad esempio, il progetto Rsa diffusa in Lombardia e Piemonte per supporto a caregiver e demenze, o il progetto “Ritornare a casa” in Sardegna che prevede la deistituzionalizzazione anche di persone gravi), la riprogettazione del Servizio di assistenza domiciliare (ad esempio rimodulando i criteri di accesso per inserire utenti difficili), lo sviluppo di forme di abitare protetto per anziani autosufficienti che non possono vivere da soli e hanno bisogno di soluzioni intermedie (come la badante di condominio, le portinerie sociali, il co-housing), la sperimentazione con il welfare di comunità. “Per quest’ultimo hanno un ruolo importante gli enti filantropici come le fondazioni che stanno contribuendo a cambiare il welfare e rappresentano un punto di svolta per i servizi alla persona”, spiega Tidoli. Un esempio è il progetto “La cura è di casa” che coinvolge 82 comuni del territorio del Verbano-Cusio-Ossola caratterizzato da tanti piccoli comuni, isolati, lontani dai servizi e con una popolazione anziana e sola, “dove i servizi si preoccupano dei gravi ma difficilmente intercettano i bisogni leggeri”. Con il coinvolgimento della comunità, da quando è stato attivato sono stati seguiti 234 anziani, soprattutto soli e senza rete familiare, e l’obiettivo è di arrivare a 700 nel 2019.

“Possiamo dire che il welfare comunitario risolve tutto? Non lo sappiamo – conclude Tidoli – Uno degli elementi chiave può essere la replicabilità dei progetti in altri territorio. E poi dobbiamo imparare dall’esperienza per evitare che l’innovazione resti una parola vuota. E lavorare sulla verifica degli esiti dei progetti”. (lp)

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