21 maggio 2019 ore: 11:41
Salute

Riduzione del danno, servizi carenti al Sud e linee guida ferme al 2000

È quanto denuncia una ricerca sui servizi di Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi presentata oggi a Roma da Cnca, Cica e Arcigay. 152 i servizi censiti, sopratutto nel Centro-Nord. Oltre 33 mila gli utenti: 4 su 10 hanno meno di 25 anni. “Pratica ineludibile, ma deve ancora legittimarsi tra i decisori politici”

ROMA - Una “geografia diseguale”, linee guida risalenti al 2000, “quando i modelli di consumo erano incentrati sull’uso di eroina per via endovenosa”, e un bisogno crescente di formazione tra gli operatori: gli interventi di Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi (RdD/LdR) in Italia sono una pratica “ormai considerata ineludibile e necessaria ma che tuttavia deve ancora legittimarsi, soprattutto presso i decisori politici”. È quanto emerge dall’Indagine sui servizi di RdD/LdR, promossa dal Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca), Arcigay e Coordinamento italiano delle case alloggio per persone con Hiv/Aids (Cica) e presentata oggi a Roma nel corso del seminario “La strada diventa servizio. La riduzione del danno come diritto”. Un momento di confronto, spiegano gli organizzatori, per “fare il punto sullo stato dei servizi di riduzione del danno (Rdd) in Italia nel momento in cui tornano ad affacciarsi, nella sfera della politica, proposte che rilanciano la via della repressione”.

L’indagine, i cui dati riguardano il 2017, ha permesso di censire 152 servizi di riduzione del danno e dei rischi in tutta Italia. “Si tratta di un insieme di servizi che vanno dalle unità mobili nelle piazze di spaccio - spiegano le tre organizzazioni in una nota -, alle unità mobili nei luoghi del divertimento giovanile e dei grandi eventi dello spettacolo, ai drop in che accolgono persone che hanno problemi di dipendenza e vivono spesso in condizione di forte marginalità”. Pur essendo previsti nei Lea, spiegano le tre organizzazioni, i servizi e gli interventi di Riduzione del danno “non sono presenti su tutto il territorio nazionale”. L’indagine, infatti, mostra come continuino ad esserci “regioni in cui la presenza di questo tipo di servizi è scarsa, con una o due tipologie di servizi; regioni in cui non risulta alcun tipo di servizi di riduzione del danno, e regioni in cui sono presenti servizi di diverso tipo, con una buona e variegata offerta”. 

Dai dati emerge una maggiore presenza di servizi al Nord e nel Centro Italia. Dei 152 servizi, infatti, 37 risultano attivi nel 2017 in Emilia Romagna, 26 in Lombardia, 22 in Piemonte, 15 nel Lazio, 13 in Toscana, 9 in Umbria. Nel Sud Italia sono stati rilevati 6 servizi in Campania, 2 in Puglia e 1 in Calabria. Nessun servizio è stato rilevato in Basilicata, Sicilia e Sardegna.  Rispetto alla popolazione residente, inoltre, “è presente meno di un servizio ogni 100mila residenti, e l’intervallo va da 0.05 (ovvero 1 servizio per 2 milioni di abitanti) in Calabria a 1.01 (ovvero 10 servizi per 1 milione di abitanti) in Umbria”, si legge nel dossier. Secondo la ricerca, inoltre, i servizi rispondenti sono a prevalente gestione da parte di enti del terzo settore, ovvero il 63 per cento, mentre i restanti sono gestiti da enti pubblici. Tuttavia, la titolarità del servizio vede il pubblico, ed in primis le aziende sanitarie locali, primeggiare sugli enti di terzo settore.

Sono i “drop in” i servizi più diffusi a livello nazionale, spiega l’indagine, ovvero luoghi a bassissima soglia dove si può anche fare una doccia e dormire, rivolti soprattutto a un’utenza marginale, spesso senza dimora. La regione in cui i drop in sono maggiormente presenti è la Lombardia, con quasi un drop in ogni milione di residenti. Le unità di mobili nei contesti del divertimento risultano anch’esse tra i servizi più diffusi e in più regioni del Sud Italia “sono gli unici servizi presenti”, spiega l’indagine. “L’aumento dell’attenzione dei rischi connessi all’uso di alcol e guida ha sicuramente contribuito a promuovere questo tipo di interventi”, si legge nel testo. 

Oltre 380 mila i contatti totali registrati nel 2017 da 122 servizi rispondenti ai questionari sui 152 dell’indagine, anche se le persone entrate in contatto con i servizi sono oltre 33 mila. Un dato più contenuto rispetto ai contatti perché le persone che accedono ai servizi spesso fanno registrare più contatti in un anno. Per quanto riguarda il target dei servizi, quello prevalente è rappresentato da persone che usano droghe (indicate da 133 servizi), subito dopo i giovani (76 servizi), le persone fragili (63), le persone con Hiv (48). I dati raccolti, inoltre, mostrano che “le persone più giovani (i minori di 25 anni) rappresentano quasi la metà del campione (40 per cento) - si legge nel testo -, anche se un quarto dell’utenza è rappresentata da persone adulte di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Le persone ultra 65enni sono gli utenti di case alloggio”. Gli uomini, inoltre, “rappresentano quasi i due terzi del campione, le persone transgender sono 234 (1 per cento)”. La maggior parte degli individui che usufruiscono dei servizi di RdD/LdR, infine, sono italiani (75 per cento), per cui il rapporto italiani/stranieri è tre a uno”. Le prestazioni maggiormente caratterizzanti i servizi intervistati risultano essere la distribuzione di siringhe, di materiale informativo sulle sostanze, la distribuzione di profilattici e la raccolta di siringhe usate. Prestazioni definite dai servizi intervistati come “essenziali” e che “pertanto non possono esulare da un eventuale declinazione in Lea dei servizi di RdD”. 

Per Riccardo De Facci, presidente del Cnca, si tratta di una “vasta rete in grado di dare risposte concrete ai bisogni di chi fa uso, abuso o vive una condizione di dipendenza dalle sostanze psicoattive. Una rete di servizi e operatori che affronta la questione del consumo di droghe dal punto di vista sociale e sanitario”. Tuttavia, sulla riduzione del danno manca ancora un monitoraggio sistematico e linee di indirizzo nazionali aggiornate: le ultime risalgono a novembre 2000. Un vuoto che “lascia ampio spazio a definizioni diverse, e talvolta arbitrarie, di intervento e di prestazioni - spiega la ricerca -, pur di fronte ad un dichiarato approccio di RdD/LdR. La mancanza di definizioni condivise si aggiunge dunque a una generalizzata carenza dei dati relativi alle prestazioni di RdD/LdR erogate. La mancanza sistematica di dati di monitoraggio è evidente anche a livello europeo: nel sistema di rilevazione Emcdda, i dati italiani relativi a servizi di RdD/LdR non pervengono in maniera routinaria ed esaustiva”. Per De Facci, però, “c’è una legge dello stato che ha incluso tali servizi nei Lea, ma mancano tuttora stanziamenti e, in alcuni casi, sensibilità adeguate affinché tutta la popolazione residente possa realmente usufruire di questa rete di servizi e interventi. Chiediamo a tutte le istituzioni competenti di attivarsi in merito”.

Infine, l’indagine ha permesso di evidenziare un bisogno formativo da parte degli operatori. Un bisogno sentito “da tutti gli operatori, a prescindere dall’intervento specifico” e che riguarda sopratutto la conoscenza di pratiche basate sulle evidenze scientifiche della RdD/LdR. Secondo la ricerca, il 69,7 per cento dei rispondenti al questionario, pari a operatori di 106 servizi, ha dichiarato di avere bisogni formativi.“Il 60 per cento dei 106 rispondenti attribuisce la massima importanza all’argomento Pratiche basate sulle evidenze scientifiche della RdD/LdR, seguito da nuovi approcci di RdD, dalle strategie di autoregolazione”.