11 agosto 2020 ore: 10:00
Famiglia

Adozioni in pandemia, il viaggio di due gemelline dal Perù a Roma

di Ambra Notari
I genitori italiani seguiti da Nova sono volati a Lima il 29 febbraio. Dopo l’incontro con le piccole, il lockdown nel paese sudamericano. I ritardi per i documenti, la paura di rimanere bloccati là, il rientro con un volo umanitario, la quarantena in Italia: “Stiamo ancora aspettando i passaporti, ma la nostra nuova vita è già cominciata”
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“Siamo partiti dall’Italia il 29 febbraio, uno degli ultimi giorni utili. Erano cominciate le prime chiusure, ma ancora non eravamo in lockdown. Fino all’ultimo abbiamo temuto di non poter partire, per fortuna ce l’abbiamo fatta. Arrivati in Perù non abbiamo dovuto fare nulla: nessuna quarantena, in aeroporto non ci hanno nemmeno provato la temperatura. Va detto che, allora, in Sudamerica non c’era nemmeno un caso registrato. Noi non sapevamo cosa sarebbe successo, sapevamo solo che volevamo partire”. Comincia così la storia di una coppia italiana seguita dall’associazione torinese Nova partita, a fine febbraio, alla volta di Lima per ricongiungersi con le due gemelline che la aspettavano in una cittadina a oltre mille chilometri dalla capitale, arroccata a 2300 metri d’altezza.

“Dopo un volo interno le abbiamo raggiunte: era la prima volta che le vedevamo dal vivo – spiegano –. Il 5 marzo sono venute a stare con noi in un bell'appartamento trovatoci da Nova, con un grande giardino: solo in un secondo momento avremmo capito la fortuna che ci era capitata. Proprio in quelle ore cominciavano a registrarsi i primi casi in Perù, e il 16 marzo il presidente ha chiuso tutto”. In quell’appartamento sulle montagne la famiglia ha passato un mese e mezzo: i proprietari, vicini di casa, hanno messo a disposizione scivolo e altalena, recuperandolo dalla cantina. “Non siamo più usciti, uno di noi una volta a settimana andava a fare la spesa in taxi: era vietato usare mezzi privati, ci si poteva spostare solo se necessario e solo su mezzi pubblici o taxi. Quanto alle bambine, loro si sono adattate subito: nel giardino si sono scatenate”.

Da zero a cento in pochi giorni. Come è andata la convivenza? “Il lockdown ci ha dato l’opportunità di viverci a pieno, senza nessuna distrazione. Abbiamo creato la nostra routine: colazione, gioco, merenda, gioco, pranzo, pisolino, gioco, doccia, cena e nanna. Il gioco non è mai mancato – sorridono –. Per noi è stata l’occasione di diventare famiglia: stavamo vivendo l’inizio di qualcosa”. E se all’inizio le bimbe non parlavano italiano, dopo due settimana erano già perfettamente in grado di capire e cominciavano a dire le prime parole. Per esempio? “Pizza, buona. Abbiamo cominciato subito a cucinare la pasta, hanno gradito”.

E se da un lato il lockdown ha favorito la nascita di un rapporto speciale, dall’altro ha comportato non pochi ostacoli. Tutti gli uffici pubblici erano chiusi, la pratica adottiva bloccata. La risoluzione di adozione – il documento che sancisce l’adozione – è arrivata il 13 aprile, con una quindicina di giorni di ritardo. “Con la risoluzione avremmo dovuto iscrivere le bimbe all’anagrafe, ottenere nuovi certificati di nascita e poi chiedere i nuovi documenti delle bimbe, con il nostro cognome. A quel punto, con i documenti in mano, avremmo potuto tornare in Italia”. Ma i documenti tardavano ad arrivare, e la situazione, a livello mondiale, si faceva sempre più drammatica: “Il volo di rientro continuava a essere posticipato, di mese in mese. Temevamo di non poter tornare, così abbiamo contattato ambasciata e consolato. Il 20 aprile ci ha contattato il Capo della Cancelleria Consolare: stavano organizzando un volo umanitario, forse l’ultimo, ci disse, invitandoci ad andare, alla svelta, a Lima. Ma noi eravamo ancora senza documenti e gli uffici erano ancora chiusi”.

Senza passaporto, l’unica cosa da fare per riuscire a partire era procurarsi due Emergency Travel Document, un documento di viaggio di emergenza rilasciato dalle ambasciate, una specie di passaporto temporaneo. “Avremmo volato con la risoluzione d’adozione e i due ETD. A quel punto, non ci restava che raggiungere la capitale”. I voli interni, come detto, erano sospesi, il trasporto privato vietato: “Così, grazie al Console onorario della cittadina e all’avvocato di Nova, abbiamo avuto tutti i permessi dell’Ambasciata per viaggiare, in auto, in deroga alla normativa vigente”. È cominciata così la discesa dai 2300 metri di altitudine verso il Pacifico – la prima metà del viaggio –: strade tortuose, continui sali e scendi, tante curve. “Le prime 9 ore sono state un incubo, le gemelline sono state malissimo. Praticamente era la loro prima volta in macchina. Poi, finalmente, abbiamo trovato una farmacia e le cose sono andate meglio. A Lima il nostro rappresentante in Perù ci ha trovato un bell'appartamento, comodo per stare con le bambine. Eravamo ancora in lockdown, così ci siamo chiusi in casa per una decina di giorni, fino al momento del volo del rientro, organizzato il 1° maggio dall’aeroporto militare. Siamo partiti dall’Italia poco prima che esplodesse l’emergenza qui, siamo partiti dal Perù poco prima che esplodesse l’emergenza là. Da questo punto di vista, siamo stati fortunati. Se non fossimo riusciti a prendere quel volo, la permanenza sarebbe stata lunga e impegnativa. In Perù il sistema sanitario è collassato subito, in pochissimi giorni si sono esauriti i posti in terapia intensiva”.

Sul volo con loro, anche un’altra coppia con due bambini “che già avevamo conosciuto in ambasciata. Come noi hanno viaggiato senza documenti”. Dopo un volo di 12 ore (“Il primo delle bambine: a un certo punto nessuno di noi ce la faceva più, è stato un altro momento molto impegnativo e provante”), l’atterraggio in Italia. Per la famiglia era previsto l’isolamento domiciliare volontario: “L’Azienda Usl ci ha chiamato un paio di volte, siamo stati anche contattati perché un passeggero del nostro volo è risultato positivo al Covid. Per fortuna noi non abbiamo avuto nessun sintomo”.

A oggi, i documenti delle bambine non sono ancora arrivati: in Perù hanno riaperto gli uffici pubblici, ma lavorano a scartamento ridotto: “Abbiamo firmato una delega al consolato americano a Roma perché sia l’avvocato di Nova a fare in Perù quello che avremmo dovuto fare noi. Le dinamiche sono lunghe. Ma possiamo dire di essere stati fortunati, la nostra permanenza non si è protratta oltre il previsto: sappiamo invece di coppie che, per colpa della pandemia, non hanno potuto ricongiungersi con i bambini”. Il sito del Cai, infatti, riporta la notizia di numerose lettere di genitori adottivi in attesa di ricongiungersi con i minori adottati in India e in Cina che, a causa della pandemia, non possono recarsi in questi Paesi per concludere in loco la procedura adottiva.

Per le gemelline, invece, è già cominciata una nuova vita: la prima sabbia, il primo mare (“È stato amore a prima vista, sono due animali acquatici. Fanno tutto con entusiasmo, sono felici di fare nuove esperienze”), una nuova casa, una nuova lingua, tanti amici e parenti. “Si sono integrate benissimo in famiglia. Anche le misure anti contagio, per loro, non sono un problema. Prima hanno vissuto in istituto, poi chiuse in casa con noi: quando hanno cominciato a poter uscire, le persone portavano le mascherine e c’era l’obbligo di igienizzarsi spesso le mani. Questa, per loro, è la normalità. Ora vediamo se riusciremo a fare ancora un po’ di vacanze, perché a settembre ci aspetta il primo anno di scuola dell’infanzia”.

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