4 ottobre 2018 ore: 15:45
Giustizia

Dalle Rems ai diari clinici: il carcere e la "cultura della cura" (che non c'è)

Riforma dell'ordinamento penitenziario: parla Luciano Lucania, Presidente uscente della Società di medicina e salute penitenziaria, durante il XIX congresso. Rems, “liste d'attesa intasate”. La necessità di un diario clinico e telematico dei pazienti
Psichiatria, salute mentale. REMS - SITO NUOVO

MILANO - La salute dei detenuti non è trattata alla stregua di quella dei liberi cittadini. È un problema di “cultura della cura” all'interno delle carceri italiane. Ne è convinto il dottor Luciano Lucania, presidente uscente della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), che proprio in queste ore sta celebrando la propria “Agorà penitenziaria 2018”, diciannovesimo congresso nazionale della società. Una due giorni romana nell'Hotel dei Congressi all'insegna di dibattiti e tavoli su vaccinazioni, cure odontoiatriche, regimi terapeutici contro il virus Hiv, modelli organizzativi. Il diritto alla salute ma dietro le sbarre. Un congresso che parte  a nemmeno dieci giorni dalla riforma dell'ordinamento penitenziario licenziata dal Consiglio dei Ministri lunedì 26 settembre, lo stesso giorno della ben più chiacchierata nota di aggiornamento del Def.

Una riforma su cui molti avevano riposto le proprie speranze. A cominciare da Lucania che è stato un esponente di spicco della relazione su “Salute e disagio psichico” degli Stati generali dell'esecuzione penale, uno dei 18 tavoli tematici che hanno fornito linee guida alla politica per scrivere la legge, ha preso parte alla commissione Giostra che ha lavorato al ministero della giustizia con l'ex Guardiasigilli Andrea Orlando e infine con il gruppo di sanità penitenziaria ha elaborato il documento per la Conferenza unificata Stato-Regioni che veniva trasmesso al governo per essere recepito. A quasi tre anni dall'esperienza de Gli Stati generali, il giudizio del Presidente Simspe è negativo: “È una riforma che gioca solo su aspetti giuridici. Non è stato recepito nulla delle nostre proposte, come se avessimo lavorato a vuoto per tanti mesi” afferma.

Fra i temi cruciali affrontanti dal tavolo quello dei trasferimenti per motivi sanitari. Gli esperti chiedevano dati statistici relativi ai bisogni di salute della popolazione carceraria, la digitalizzazione dei diari clinici dei detenuti, la previsione di modalità di assistenza e cura di portatori di patologie, psichiatriche in particolare dopo la legge 81/2014 che ha istituito le Rems – Residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza. Parte proprio dalle Rems il dottor Lucania nel suo giudizio sul percorso di questi anni e sulla riforma: “È stata creata la rete nazionale delle Rems ma una rete insufficiente rispetto alle necessità” perché “il presupposto ideologico, non clinico, era che un periodo 'x' prefissato fosse sufficiente a riabilitare una persona, far scemare la pericolosità sociale”. In questo modo “le Rems si sono rivelate il collo della bottiglia del sistema: le dimissioni sono poche e quando avvengono c'è difficoltà per trovare chi accetta il soggetto che esce e riprenderlo sul territorio”. Per questo per Lucania “va rivista la rete territoriale della psichiatria, non è un problema di una singola regione ma nazionale. Le Rems sono tutte intasate e con lunghe liste d'attesa che poi, a monte e a valle, provocano situazioni sulla collocabilità dei pazienti che si trovano in un ginepraio. Il tutto a fronte di un'intuizione corretta e positiva, in linea con i tempi”. Sul testo della legge Lucania si rammarica del fatto che “l'estensione dei benefici, anche per le patologie psichiatriche, non sono entrati nella riforma, ma è un problema politico e come tale va affrontato”.

Oltre ai pazienti psichiatrici ci sono nodi tecnici che riguardano anche i detenuti ordinari. “Sui trasferimenti oggi c'è una situazione un po' migliore – spiega Luciano Lucania – perché abbiamo sviluppato in conferenza unificata nel 2015 un accordo in cui viene previsto un coordinatore regionale della rete e il coordinamento nazionale di trasferimento per motivi sanitari”. Per il medico “il fenomeno è in evoluzione perché le regioni sono stimolate a utilizzare al massimo le risorse sanitarie interne per i detenuti della regione, si trasferisce solo se una certa area non ha quel tipo di risorse, se le caratteristiche del detenuto sono tali da renderlo necessario”. Connesso c'è il tema dei diari clinici informatizzati: “Può sembrare una chicca tecnologica e invece è un problema di primaria importanza e valore”. Perché, spiega, “il detenuto è detenuto che gira. Non perché vuole lui ma per esigenze di giustizia, di custodia, si pensa che alcuni soggetti meridionali, per esempio, debbano stare nelle carceri settentrionali per ragioni di sicurezza. Nessuno mette in discussione questi aspetti ma se fra processi, custodia, eventi disciplinari sono molteplici gli spostamenti allora la persona non può girare con un quintale di carte di difficile leggibilità e interpretazione, difficili anche da mettere in fila in ordine cronologico, che rendono complessa l'azione degli operatori sanitari con tutte le conseguenze del caso”. “Non è un problema di aspetti normativi, perché già oggi lo Stato si dota di un fascicolo sanitario elettronico per i cittadini ed è evidente che è peggio viaggiare con un detenuto e due casse di carte illeggibili e meglio, al contrario, avere un diario clinico leggibile”. Le difficoltà sono di due ordini: “La rete infrastrutturale di interconnessioni fra le reti regionali” risponde e infine di “approccio ideologico”. “Alcuni aspetti millantati, come la privacy, sono marginali nel problema, ma è vero che la giustizia vorrebbe poter mettere il naso nelle carte sanitarie dei detenuti e questo è inaccettabile: ci sono cose che devono sapere perché si tratta di medicina di comunità e vincoli legali che devono essere soddisfatti, ma quello che è una cartella clinica non deve diventare di interesse né per un direttore, né per un comandante, né per le guardie”.

Da ultimo il problema di “cultura della cura” accennato in apertura, già centrale nei suggerimenti forniti dagli specialisti del tavolo “Salute e disagio psichico” nella relazione della scorsa legislatura con una formula: “L'assenza di una cultura che preveda una erogazione dei servizi di cura all’interno delle carceri in misura paritaria rispetto alla popolazione esterna”. “La legge non fa altro che riprendere il vecchio ordinamento penitenziario del 1975, aggiungendo il problema della marginalità che non è di competenza del servizio sanitario nazionale, lasciando inalterati alcuni punti disallineati con il resto della normativa nazionale in tema di sanità” spiega il Presidente uscente di Simspe. Per esempio sui detenuti lavoranti: “Da una parte si dice che il medico del carcere si occupa della tutela dei detenuti lavoranti e questo nel 1975 andava bene, ma  oggi abbiamo una disciplina di medicina del lavoro in Italia che affida alle aziende sanitarie almeno il primo screening di idoneità”. Un'altra formula problematica “valida nel '75  ma non 2018” parla delle visite mediche quotidiane su richiesta. “Questo – chiude Luciano Lucania – va contro la modifica sostanziale e formale di tutta la medicina generalista. Si seguono in maniera specifica i cronici rispetto agli acuti e la salute in carcere non può essere diversa rispetto a quella degli altri cittadini”. (Francesco Floris)

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