25 gennaio 2020 ore: 11:20
Disabilità

"Danzo, dunque sono": Ivan Cottini, ballerino con la sclerosi multipla

Ex modello, dopo la diagnosi ha dovuto cambiare vita. Ha scoperto per caso le potenzialità di musica e movimento, portando la sua esperienza ad “Amici”, come insegnante, e a “Ballando con le stelle”, come ospite d’onore
Stefano Galassi Ivan Cottini (foto di Stefano Galassi)

Ivan Cottini (foto di Stefano Galassi)

ROMA - Una mattina si è svegliato con l’occhio destro che non vedeva bene e qualche difficoltà a camminare. Un mese dopo aveva già la diagnosi: sclerosi multipla. Ivan Cottini, classe 1984, di Urbania (Pesaro-Urbino), all’epoca aveva 26 anni e faceva l’indossatore e il fotomodello. Iniziano lunghi periodi di ospedale, la famiglia non accetta bene la malattia, la fidanzata lo lascia, molti amici si allontanano, il suo corpo non è più quello di prima. Poi un giorno tutto cambia. Incontra la danza, che diventerà la sua grande passione fino a portarlo a partecipare a trasmissioni televisive come Amici, in veste di insegnante, e come Ballando con le stelle in veste di ospite d’onore. Lo ha intervistato Michela Trigari, giornalista di Redattore Sociale, per SuperAbile Inail.

Qual è la molla che è scattata in lei e che l’ha fatta reagire alla malattia?
Non saprei esattamente, ma a un certo punto mi sono stancato di sentirmi malato. Dalla sera alla mattina sono tornato a sorridere. I miei genitori, invece, fanno ancora fatica ad accettare la situazione. Ogni giorno possiamo decidere se vivere da protagonisti oppure da comparse. Io mi sono detto: la vita è una sola e me la voglio giocare anche con la sclerosi multipla.

È stato aiutato da qualcuno o da qualche organizzazione?
All’inizio mi sono appoggiato molto all’Aism, l’Associazione italiana sclerosi multipla, che mi ha fornito parecchi consigli utili per affrontare la malattia. Grazie ad Aism ho imparato che non esiste oceano che non possa essere superato: me lo ripeto ogni giorno, quando anche alzarmi dal letto da solo è un’impresa. La cura sperimentale che seguo prevede l’assunzione quotidiana di molte medicine e tanta fisioterapia per rallentare il decorso invalidante della malattia. Per ricambiare l’aiuto ricevuto ho donato due mezzi per il trasporto delle persone con disabilità, frutto delle raccolte fondi organizzate in occasione delle mie performance di danza.

Come si è avvicinato o come ha scoperto quest’arte?
Per caso. A una festa di beneficenza un gruppo locale aveva organizzato una coreografia con me al centro. Ma io sembravo il classico imbranato, rigido come un palo, e mi sono sentito a disagio. Allora ho iniziato a ballare per conto mio, da terra, sia da autodidatta sia con un’insegnante. Ma non sono un vero ballerino: le mie sono lezioni di danza speciali in cui, oltre a ballare da seduto (e senza la carrozzina), porto in giro il messaggio che bisogna essere sempre pronti ad abbattere i muri che la vita ci mette davanti, senza arrendersi o addirittura annullarsi. Spesso la malattia è nella testa delle persone, al di là della propria disabilità.

Oggi come viene scandita una sua giornata tipo?
Cerco, nei limiti, di essere autonomo e indipendente. La mattina faccio fisioterapia e logopedia, ogni tanto porto la mia testimonianza e la mia storia nelle scuole pesaresi, mentre al pomeriggio mi dedico alla palestra (che ho in casa), per mantenere una buona mobilità e la forza nelle braccia, e soprattutto a mia figlia Viola di quattro anni, la cosa più bella che mi sia mai capitata e con cui trascorro più tempo possibile.

È difficile essere padre, quando si convive con una disabilità?
Questa è la vera sfida, altro che la sclerosi multipla. Mia figlia è l’unica che mi fa sentire malato perché, se si mette in una situazione di pericolo, io non sono in grado di proteggerla. Finché gattonava è andato tutto bene; ora invece faccio fatica a starle dietro. Però con lei sono riuscito a coronare il mio sogno: quello di camminarle a fianco tenendola per mano. E poco importa se ci sono riuscito solo in piscina, io completamente immerso con i piedi sul fondo e lei a filo dell’acqua.

Come vi siete conosciuti lei e la madre di Viola?
Grazie ai social che, in seguito alla diagnosi, avevo abbandonato completamente e a cui sono tornato qualche mese dopo. Ho iniziato a postare foto e messaggi e lei , che è marchigiana, mi si è subito avvicinata. Il nostro primo appuntamento è stato in ospedale, e anche la prima cena insieme è avvenuta in reparto.

Cosa spera per il suo futuro? Ha qualche progetto?
Spero di riuscire a ballare ancora per un anno e mezzo, visto che ultimamente il mio fisico sta facendo più fatica del solito. In un lasso di tempo neanche troppo lungo mi sono rotto un polso, schiacciato due vertebre e lussato un gomito. Forse quando smetterò con la danza mi metterò a scrivere. Ma quello che spero veramente è di riuscire a vedere mia figlia felice e realizzata, soprattutto in questa società dove sembra davvero difficile esserlo.

 

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