24 novembre 2014 ore: 15:49
Giustizia

Violenza, oltre 2.800 donne hanno chiesto aiuto a un centro in Emilia

Il 90% ha subito violenza, 6 su 10 sono italiane, in 157 sono state ospitate. Sono i dati dei 13 Centri antiviolenza del Coordinamento regionale che denuncia: “Il documento emesso in Conferenza Stato Regione cancella 20 anni di lavoro dei centri”. E lancia un appello alle istituzioni e alla politica
Femminicidio, scarpe di donne sulla strada, violenza

BOLOGNA – Nei primi 10 mesi del 2014 sono 2.867 le donne che si sono rivolte a uno dei 13 centri antiviolenza che fanno parte del Coordinamento regionale. La maggior parte, oltre il 90%, ha subito violenza (il 90,3% psicologica, il 67,3% fisica, il 41,3% economica e il 13,8% sessuale). Tra queste 2.091 vi si rivolgevano per la prima volta, le altre 500 avevano già un percorso avviato con uno dei centri: il 36,4% è di origine straniera. Un dato, quello della provenienza, che conferma la tendenza presente negli ultimi anni. In 157 sono state ospitate nelle case rifugio, di cui 112 insieme ai loro figli. I dati sono stati diffusi in occasione del 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Occasione scelta dal Coordinamento per lanciare un appello alla politica e alle istituzioni. “Oltre che attestare la propria solidarietà con le donne in eventi e celebrazioni, che cosa sta facendo il nostro Paese per prevenire e contrastare la violenza sulle donne? – scrivono in una nota – Gli eventi degli ultimi giorni ci dicono che la situazione non solo non sta progredendo, ma che addirittura si rischia di assistere a un eclatante passo indietro: le più importanti istituzioni internazionali valorizzano le specificità che caratterizzano il lavoro e le competenze dele operatrici de centri antiviolenza, nati dal movimento politico delle donne, mentre il nostro governo intende azzerarli”. Il riferimento è al documento elaborato dalla Conferenza Stato Regione e presentato, a pochi giorni da 25 novembre, presso il Dipartimento delle Pari Opportunità in cui vengono definite le caratteristiche dei centri antiviolenza, se ne orma il funzionamento e si prescrivono i requisiti strutturali e organizzativi per poter accedere ai finanziamenti previsti a partire dal 2015.

“Il documento cancella le acquisizioni e il lavoro di oltre 20 anni dei centri antiviolenza e di studiose e ricercatrici che si sono occupate di violenza maschile contro le donne – scrive ancora il Coordinamento – introducendo requisiti inaccettabili”. Nel documento si prescrivono la presenza di profili professionali tradizionali, un’autonomia operativa tra centro antiviolenza e casa rifugio e la possibile presenza di personale maschile. “Criteri che schiacciano la connotazine politico-culturale dei centri antiviolenza, volti a produrre cambiamento sociale, sulla logica del mero servizio – continuano – Non si fa riferimento alcuno infatti all’obiettivo fondamentale storicamente espresso dai centri antiviolenza delle donne: promuovere sul territorio la trasformazione dell’impianto culturale da cui si genera la violenza parallelamente all’offrire accoglienza e supporto alle donne che hanno subito violenza”. Inoltre, il Coordinamento evidenza come il documento della Conferenza Stato Regione “sconfessa e cancella anche tutto il lavoro che la Regione Emilia-Romagna ha fatto in questi anni con il Coordinamento”. 

I numeri degli accessi ai centri, conclude il Coordinamento, “colpiscono, a volte scioccano chi non conosce la realtà della violenza eppure costituiscono l’esperienza quotidiana delle operatrici dei centri antiviolenza, spesso costrette a lavorare in condizioni di emergenza e a confrontarsi con situazioni difficili”. L’augurio è quindi che “questo grande e prezioso lavoro venga riconosciuto anche dalla politica, nell’interesse delle donne che lottano ogni giorno per uscire dalla violenza”. (lp)  

© Copyright Redattore Sociale