11 novembre 2016 ore: 11:43
Non profit

Decreti attuativi Riforma Terzo settore, da Reggio Emilia appello a coinvolgere i territori

Umberto Bedogni, presidente del Csv, è “preoccupato dall’aria di centralizzazione che spira sulla definizione dei dispositivi della legge” e chiede un confronto e un impegno da parte dei rappresentanti pubblici. “Il livello decisionale arrivi almeno ai coordinamenti regionali”
Terzo settore, impresa sociale, volontariato tessere di puzzle - SITO NUOVO

REGGIO EMILIA - “Il volontariato ha bisogno di essere presente sul territorio, una centralizzazione forzata che non guardi alle caratteristiche dei vari territori non può produrre effetti positivi. C’è bisogno di un confronto e dell’intervento dei nostri rappresentanti nei luoghi decisionali”. A parlare è Umberto Bedogni, presidente dell’associazione DarVoce, gestore del Centro di servizio per il volontariato di Reggio Emilia, che lancia l’allarme in vista della definizione dei dispositivi di legge della Riforma sul Terzo settore. “È qui che si gioca a partita principale, nei vari passaggi che finiranno per regolamentare l’attività del Terzo settore e su questo cammino spira un’aria di ‘centralizzazione’ gestita da Acri, Csv.net e Forum nazionale del Terzo settore col governo che non ascolta le esigenze dei territori. E che propone una soluzione uguale in tutta Italia trascurando le differenze che vi sono nelle varie regioni”. Attualmente in Emilia-Romagna c’è un coordinamento regionale e un centro di servizio in ogni provincia.

“L’idea nuova è quella di creare un centro di servizio in ogni città metropolitana e altri centri in aree che aggreghino almeno un milione di abitanti. Una politica di aggregazione che allontana sempre di più le persone: la lezione dovrebbe essere passata ma non è così. Basti pensare al 37 per cento dell’ultimo voto regionale o al recente No al referendum per unire i Comuni della Val d’Enza – dice Bedogni – Aggregare per aggregare in nome di un presunto risparmio e di una presunta uniformità, non è una scelta che possa pagare”. E aggiunge: “Il problema è che ora le decisioni vengono prese a livello centrale e i rappresentanti dei territori non hanno voce in capitolo: noi chiediamo che il livello decisionale arrivi almeno ai coordinamenti regionali. È quella la sede adeguata per pianificare linee guida da declinare sui singoli territori”. Per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, Bedogni ricorda che si tratta di una regione vasta e complessa, con tante risorse e abitanti, “ragionare in maniera centralizzata, farebbe perdere tutte le peculiarità dei territori. E le sue eccellenze”.

E i costi? “Come coordinamento abbiamo già messo in piedi tante sinergie, tante attività per ridurre i costi accorpando progetti e percorsi dove possibile – spiega – Chi conosce il territorio può pianificare meglio anche un progetto di risparmio e di riduzione dei costi. Se questo viene calato dall’alto, centralizzato, non sarà efficace e anzi può essere dannoso”. Il rischio secondo Bedogni, “è perdere decenni di lavoro. Oggi i Centri di servizio sono già, parzialmente, delle agenzie di relazioni, in grado di far dialogare fra loro cittadinanza, Terzo settore, aziende, enti pubblici. E crediamo che questo sia il percorso da seguire. Se invece si farà decidere centralmente a tre soggetti, questo lavoro verrà perso”.

Sul tema, che riguarda tutti gli abitanti direttamente o indirettamente, Bedogni chiede un confronto e un impegno da parte dei rappresentanti pubblici. “Mi rivolgo ai parlamentari, ai consiglieri regionali e agli amministratori reggiani – dice – È necessario confrontarsi su questi temi, non è possibile che le decisioni vengano lasciate a pochi interlocutori che parlano fra loro senza coinvolgere i territori. Chiedo a chi ha incarichi di rappresentanza di prendere posizione, di informarsi, di tutelare la loro terra. Dobbiamo parlare tutti insieme di questi temi, è l’unica soluzione per cambiare le cose”.

Infine, Bedogni ricorda che in ballo ci sono tanti progetti sociali, percorsi condivisi che hanno messo insieme cittadini, associazioni ed enti pubblici per arrivare a realtà concrete. “Realtà che oggi funzionano a pieno regime, danno risposte a tanti abitanti e tante famiglie e vengono studiate anche da altre zone d’Italia – aggiunge – Pensiamo alla Fondazione Durante e Dopo di noi o a Non più soli, il progetto dell’amministatore di sostegno direttamente in tribunale. Progetti simili avrebbero potuto nascere e crescere, senza una realtà come DarVoce, radicata sul territorio, a fare da coordinamento? Senza la presenza capillare sul territorio che l’attuale assetto ha garantito, tutti i progetti costruiti in questi anni avrebbero fatto fatica a svilupparsi come invece hanno potuto fare. Vogliamo rinunciarvi?”. 

© Copyright Redattore Sociale