18 luglio 2016 ore: 11:35
Giustizia

Detenuti assistono i compagni disabili. "Così ho imparato ad aiutare gli altri"

Il racconto di Pasquale e Oronzo, detenuti del carcere di Bari che hanno deciso di seguire un corso che offre un lavoro dentro e una carta da spendere fuori. “Bisognerebbe iniziare dalle scuole inferiori a insegnare a prendersi cura degli altri”
Carcere, ombra di due uomini dietro sbarre - SITO NUOVO

BARI - “Il momento più brutto è stato quando Paolo è arrivato al Centro diagnostico: aveva avuto un ictus. Per non farlo rimanere sempre a letto e non fargli prendere le piaghe, ho iniziato a massaggiargli la gamba destra e il piede. Il momento più felice? E’ arrivato un mese dopo: lui era seduto sulla sedia e a un certo punto si è alzato e riusciva a stare in piedi. E’ stata la cosa più bella che mi potesse capitare. Tutt’ora continuo ad aiutarlo. E’ vero che zoppica, però adesso cammina da solo!”. “Il corso di caregiver è stata un’esperienza utilissima. Bisognerebbe fin dalle scuole inferiori fornire nozioni basilari di primo soccorso ed educare all’altruismo e a relazionarsi in modo corretto con i più deboli e i più bisognosi”.

Pasquale ha 34 anni e ha riscoperto in carcere il significato profondo della parola solidarietà. Per il grande aiuto offerto al compagno disabile, che anche grazie alle sue cure ha ricominciato a camminare, ha avuto un encomio. Oronzo è italiano come lui, ha una storia diversa ma una passione e, probabilmente, un futuro comune. Sono entrambi detenuti nella Casa circondariale di Bari dove invece di bruciare le giornate in cella hanno deciso di impegnare il tempo della pena investendolo in un corso che offre un lavoro dentro e una significativa carta in più da spendere nel delicato momento della liberazione.

Un anno fa hanno colto al volo l’opportunità offerta dalla direzione dell’istituto, condotto da Lidia de Leonardis, e si sono iscritti al corso per caregiver: una figura professionale che dietro le sbarre sostituisce il vecchio “piantone”, specializzata nell’assistenza ai compagni detenuti disabili. Prima esperienza in Italia, il progetto “Caregivers” era decollato a maggio 2015 nel carcere di Bari, sede di un Centro clinico o Sai (Servizio di assistenza integrata). Già nel settembre successivo erano stati consegnati i primi 80 attestati ad altrettanti detenuti che avevano partecipato alle lezioni.

Nelle fondamenta del progetto, una convenzione quinquennale con l’Azienda ospedaliera universitaria consorziale Policlinico di Bari per la formazione di base che rilascia attestati formativi spendibili all’esterno. Al momento sono 71 i detenuti caregivers professionisti al lavoro nell’Istituto di pena pugliese. Pasquale e Oronzo sono due di loro. In una lettera scritta a mano, rispondono alle nostre domande e raccontano l’esperienza, la fatica e le conquiste del complesso mestiere di assistente.

“In passato mi è capitato di trovarmi in situazioni di emergenza sanitaria e non sapevo come prestare soccorso alle persone colte da malori improvvisi o non autosufficienti. - racconta Oronzo - Così, appena ho saputo del corso per caregiver, mi sono subito iscritto. Avevo già svolto mansioni di piantone ma solo con persone con lievi inabilità”. E la situazione di Pasquale è analoga, piantone anche lui in altri isituti. “L’assistente del piano un giorno mi dice che c’è un corso per aiutare i compagni disabili e io mi iscrivo subito". Il corso prevede due moduli, il primo sull’allertamento d’emergenza sanitaria, sulle tecniche di primo soccorso e sulle esercitazioni pratiche. Il secondo su elementi fondamentali sull’igiene personale, degli alimenti e dei luoghi, sulle modalità di relazione con l’assistito e le tecniche per l’assistenza ai soggetti non autosufficienti per gli spostamenti e il movimento. “Mi fa paura sentire parlare di malattie e infarti, - spiega Pasquale - ma il corso è stato molto interessante, anche se non sono riuscito a seguire tutte le lezioni. Ho anche  imparato come si trasmettono le malattie tipo Aids o epatite C”.

Per Oronzo le azioni "sono state tutte interessanti. Sono stato maggiormente interessato alle lezioni di primo soccorso, alle modalità di relazione con l’assistito e alle esercitazioni pratiche di emergenza sanitaria e assistenza al movimento”. Il rapporto con gli insegnanti, spiega, è stato "molto collaborativo e teso al giusto apprendimento degli argomenti trattati. Il loro obiettivo non è stato quello di elencare tecniche e meramente nozionistico, ma di assicurarsi che ciascuno dei partecipanti avesse appreso gli elementi teorici e sapesse metterli in pratica in maniera corretta”. Il corso è utile ad apprendere competenze professionali, ma anche a capire il valore di aiutare l'altro. “Ho imparato ad aiutare gli altri nel momento del bisogno, fisicamente e moralmente. - racconta Pasquale - Provo emozione, ma nello stesso tempo fa male guardare persone che soffrono e cerco di capire in che modo posso aiutare un compagno che sta male”. “Il corso mi ha arricchito molto a livello professionale e ancor di più a livello umano perché, oltre ai casi prospettati dagli insegnanti, ogni partecipante ha portato alla conoscenza di tutti il rapporto che si instaura tra assistito e ‘piantone’: è venuto fuori che, oltre all’assistenza materiale, risulta molto importante l’assistenza psicologica”.

La sensazione è che l'esperienza è  riuscita a migliorare la qualità della vita in carcere. Per Oronzo "ha avuto conseguenze molto positive, sia dal punto di vista pratico in rapporto all’assistito, sia per le relazioni interpersonali e per la maggiore attenzione all’igiene della persona e dei luoghi in cui viviamo”. A Pasquale "ha insegnato ad aiutare gli altri nel momento del bisogno”. “Io sono fatto così, - dice - mi piace ridere, scherzare e cerco di non far pesare questa agonia che passano: non è piacevole, sono chiusi 24 ore in cella”. Il rapporto con i compagni disabili da assistere "è molto rispettoso e di reciproca fiducia. Riuscire a immedesimarmi nelle loro condizioni mi rende molto disponibile e mi dà la forza di affrontare qualsiasi situazione. Inoltre, l’essere disponibile al confronto dialettico e al conforto morale rende possibile un legame affettivo e una fiducia incondizionata”, spiega Oronzo.

"I momenti belli sono di gran lunga superiori ai momenti difficili. - racconta - Quello che ricordo con piacere è stato quando il compagno che assistevo mi ha detto che per lui non ero un assistente o un compagno di cella ma il fratello che avrebbe voluto avere. Un momento difficile è stato quando un compagno che ho assistito mi ha rivelato di essere affetto da una grave malattia: questo mi ha messo a dura prova perché oltre alla paura per la mia salute mi faceva sentire inadatto. Ma per fortuna dopo un primo momento di smarrimento ho superato l’ignoranza legata alla malattia. La più grande difficoltà, invece, è stata non riuscire subito a capire le esigenze del compagno che assistevo: inizialmente mi è pesato moltissimo e non riuscivo ad assolvere completamente al mio compito”
Per Pasquale invece "la difficoltà più grande l’ho incontrata quando sono arrivato al Ctd perché a causa del mio reato non mi voleva nessuno. Poi però grazie a un compagno piantone sono stato accettato e ora sono rimasto qua”.

Una volta fuori dal carcere la specializzazione acquisita può diventare una risorsa. “Potrei trasformarla in eventuale mia professione, - spiega Oronzo - in ogni caso sarà molto utile in possibili situazioni di emergenza o per l’assistenza alle persone care nel caso in cui ce ne fosse bisogno”. E pasquale è sicuro: "continuerò a fare il piantone, so che sarà difficile. Ma mai fermarsi alla prima difficoltà”. (Teresa Valiani)

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