30 luglio 2015 ore: 12:15
Giustizia

Detenuti in calo, Antigone: ma ancora 3 mila in più oltre la capienza massima

Positiva inversione di tendenza rispetto agli anni passati. Diminuiscono gli imputati e aumentano le misure alternative, ma per l’associazione si può fare di più. “Dobbiamo riscrivere il sistema delle pene, togliendo centralità al carcere fin dal momento della sentenza”
Carcere, mani fuori dalle sbarre - SITO NUOVO

ROMA – Calano i detenuti presenti nelle carceri italiane: al 30 giugno 2015 sono 52.754 contro il picco del 2010, quando nei penitenziari c’erano oltre 68 mila persone, ma il sovraffollamento c’è ancora: ci sono circa 3 mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. È quanto riporta il “pre-rapporto” di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia presentato oggi a Roma. “Le riforme messe in campo a partire dal 2012 e consolidate di recente hanno prodotto finalmente una situazione di minore affollamento – afferma il testo -. Il Dap afferma che i posti letto regolamentari sarebbero 49.552 ma precisa anche che il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato. In ogni caso ci sono per certo 3.232 detenuti oltre la capienza massima. Gli ingressi dalla libertà nel primo semestre del 2015 sono stati 24.071, in netto calo rispetto al passato”. -

Sono diversi i trend in ribasso presenti nel rapporto. A cominciare dagli ingressi dalla libertà che nel primo semestre del 2015 sono stati 24.071, “in netto calo rispetto al passato”. Calano anche gli imputati, spiega il rapporto. “Gli imputati, presunti innocenti, sono il 33,8 per cento del totale della popolazione detenuta – spiega il rapporto -. Erano il 43,4 per cento nel 2010. E’ questo l’esito delle riforme che hanno ridotto l’uso della custodia cautelare”. Tuttavia, spiega Antigone, sono “sempre troppo rispetto al dato europeo”. Diminuiscono anche gi stranieri che sono il 32,6 per cento del totale, mentre nel 2010 erano il 36,58 per cento prima che la Corte di giustizia dell’Aja – specifica il rapporto - ci imponesse di disapplicare il reato di inottemperanza all’obbligo di espulsione del questore”. In crescita rispetto al passato, invece, gli ergastolani: sono 1.603. “Troppi”, per l’associazione. Sono 57, infine, i detenuti morti nel 2015, di cui  sarebbero stati 24 i suicidi.

In controtendenza i dati sulle misure alternative. Secondo il ministero della Giustizia i detenuti in misura alternativa sono 33.247. “Tra questi si segnala: 12.717 le persone in affidamento al servizio sociale. Solo 747 in semilibertà. Ben 9.913 in detenzione domiciliare e 6.011 in lavori di pubblica utilità soprattutto in casi di violazione del codice della strada”. Un dato in netto miglioramento rispetto al 2010, anno dell’emergenza carcere, quando le misure alternative riguardavano circa 15 mila persone. Tuttavia, anche in questo caso si potrebbe fare di più, spiega Antigone. “Sono ben 19.130 i detenuti che devono scontare meno di 3 anni e potrebbero accedere a una misura alternativa alla detenzione – spiega il testo -. Invece sono in carcere, sia a causa di preclusioni di legge che per decisione della magistratura di sorveglianza. Sono il 55,8 per cento del totale dei detenuti condannati”. Secondo il rapporto, l’area delle misure alternative al carcere per molti anni è cresciuta senza erodere la popolazione carceraria. “Entrambi i numeri sono stati in costante crescita – spiega il rapporto -, con la breve parentesi dell’indulto, lungo tutto il primo decennio 2000. Solo con l’introduzione della legge 199 che permette di scontare l’ultima parte della pena nella propria abitazione, l’area dell’esecuzione penale esterna ha cominciato a sottrarre spazio ai numeri della popolazione detenuta”.

Pochi, inoltre, i permessi premio e troppe le disparità tra le regioni. “Nel primo semestre del 2015 sono stati concessi 14.356 permessi ai detenuti nelle nostre carceri – spiega Antigone -. In sei mesi tre soli permessi ogni 10 detenuti. Si tratta di opportunità importanti per incontrare la propria famiglia o per prepararsi al momento della scarcerazione. Ma la distribuzione dei permessi è molto diseguale. In Puglia, in Calabria o nel Lazio viene concesso all'incirca un permesso ogni 10 detenuti. In Sardegna 5 ogni 10, in Lombardia 6 ogni 10”.

Nonostante i dati incoraggianti, Antigone lancia l'allarme sull’emendamento governativo che prevede l’aumento di pena per furti in appartamento e scippi. “Il governo sbaglia ad aumentare le pene per i furti. Non è questa una giustizia criminale utile – spiega Antigone -. Più di un quarto dei detenuti è dentro per avere commesso reati contro il patrimonio. Qualora dovesse passare l’emendamento c’è il rischio concreto che avremo una nuova fase di incarcerazioni al momento non prevedibile. I dati sulla criminalità ci dicono che calano vistosamente gli omicidi, ma sono in aumento, seppur di poco e prevedibilmente vista la crisi economica, taluni reati contro il patrimonio. Il codice penale non deve cambiare a seconda del numero di reati commessi. La durezza delle pene non ha alcuna efficacia deterrente”. Infine la questione droghe. Per Antigone, serve una “svolta antiproibizionista” nelle politica sulle droghe. Sono 18.312, infatti, i detenuti per reati commessi in violazione della legge sulle droghe, mentre sono alcune migliaia i tossicodipendenti in carcere per reati contro il patrimonio. “Tutto si risolverebbe con la legalizzazione – ribatte Antigone -. Oltre al fatto che lo stato guadagnerebbe molti soldi dalla tassazione pubblica”.

Per Antigone, però, occorre aprire un dibattito più ampio sull’ordinamento penitenziario in Italia e su un documento presentato oggi avanza 20 proposte di riforma. “Dobbiamo riscrivere il sistema delle pene – spiega l’associazione -, togliendo centralità al carcere fin dal momento della sentenza, dando spazio a pene di comunità che risultano nella stragrande maggioranza dei casi ben più utili e che non recidono il rapporto tra la società e colui che ha deviato dalle sue regole. Dobbiamo riscrivere l’elenco dei reati, cancellando da esso quei comportamenti che non rispondono a un serio principio di offensività e riscalando le pene abbinate ai rimanenti nel senso della minimizzazione. Dobbiamo riscrivere le procedure penali nella direzione di una riduzione dei tempi processuali e di un’esecuzione penale imposta solamente quando essa sia in grado di non ledere i diritti della persona”.

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