17 aprile 2019 ore: 11:00
Disabilità

Disabilità. Imprudente: "Ecco come ho trasformato la sfiga in una sfida”

Formatore, giornalista, presidente onorario della storica organizzazione bolognese "Centro documentazione handicap", blogger, ha la tetraparesi spastica e si esprime attraverso un comunicatore oculare. E ora ha pubblicato la sua autobiografia
Claudio Imprudente

Claudio Imprudente in un ritratto di Malì Erotico

Claudio Imprudente in un ritratto di Malì Erotico
Claudio Imprudente

ROMA - Giornalista, scrittore, presidente onorario del Centro documentazione handicap di Bologna, fondatore della comunità Maranà-tha, in cui vive, per SuperAbile è autore della rubrica “Inchiostro”. Claudio Imprudente è nato nel 1960 con una grave lesione cerebrale, che gli impedisce di parlare ma non di comunicare. Lo fa puntando lo sguardo sulle lettere e le cifre incollate su una tavoletta trasparente posta tra lui e l’interlocutore. La stessa tavoletta che ha usato anche quando, nel 2011, ha ricevuto dall’Università di Bologna la laurea honoris causa in Formazione e cooperazione. “Negli anni questi occhi mi hanno insegnato a non dare mai nulla per scontato”, chiarisce Imprudente. “Quando sono nato, i professionisti e i medici intorno a me davano per scontata una vita da vegetale. Se le traiettorie che racconto nel libro sono così colorate, diverse e interessanti è proprio perché i miei cari genitori, Rosanna e Antonio, non hanno dato nulla per scontato”. E ora la sua storia è confluita in un libro autobiografico Da geranio a educatore (Erickson), scritto insieme al sociologo Enrico Papa. Lo ha intervistato Benedetta Aledda per SuperAbile Inail. La rivista dell'Istituto dedicata alle disabilità. 

Nel libro ha raccontato la sua esperienzadi persona con disabilità. Chi era il geranio e chi è l’educatore?
Il geranio e l’educatore sono la stessa persona. Quello che è importante rivelare è quando quel geranio ha iniziato a educare, a seminare germogli, a contribuire a quell’humus circostante, quel contesto di cui prima si era nutrito e che ora aveva bisogno anche del suo contributo. Quel momento fondamentale nella mia vita avviene nei primi anni Ottanta, quando un gruppo di ragazzi con disabilità grave decisero che non volevano più essere soggetti passivi ma cittadini attivi, per dare un contributo alla società. Culturalmente, politicamente e istituzionalmente, fino a quel momento ci era stata negata la possibilità di scegliere, e ora volevamo trovare il nostro spazio, uno spazio che fosse il primo passo verso la realizzazione dei nostri ideali: creare una nuova cultura della disabilità.

È diventato senso comune che le persone con disabilità siano da includere e non da assistere. Cosa manca perché l’inclusione avvenga nei fatti?
In certi casi credo manchi il sapere fare rete, la partecipazione, la condivisione, necessari a creare il contesto che facilita l’inclusione reale. Come racconto nel libro, la mia storia d’inclusione parte dal lavoro fatto dalla mia famiglia, poi dai miei amici, dai miei insegnanti. E via via che si costruiva il contesto tutti mettevano il proprio mattoncino. Da quelli che erano insieme a me nelle battaglie per la legge sull’integrazione scolastica, a quelli che erano al mio fianco quando noi persone con disabilità avemmo l’idea folle, nel lontano 1982, di fondare il Centro documentazione handicap. Ma anche quelli più inconsapevoli, che le mie traiettorie particolari mi hanno fatto incrociare: autisti di bus, bagnini, bidelli.

box È vero che è stato lei a introdurre in Italia l’espressione “diversamente abile”? Perché oggi si tende a non usarla più?
Sì, per la precisione, la parola “diversabile”. Oggi riconosco che ha perso il carattere rivoluzionario degli esordi, quando la riflessione e la discussione su parole come “integrazione”, “diritto” e “disabilità” era accesa, contraddittoria e vivace. La storia delle “parole giuste” da utilizzare meriterebbe uno spazio ampio. Ghettizzare intere fasce della società civile in labili etichette è infatti il rischio più comune dell’uso di termini noti come “handicappato”, così comune da diventare la prassi nei nostri discorsi, al bar, a scuola, al supermercato, sul lavoro. Peccato però che la realtà sia più complessa, piena di sfumature, sfaccettature e originalità. Ecco allora che un handicappato non si chiamerà più “diversabile” ma “persona con sindrome di Down”, “persona con deficit motorio”, “persona con deficit del linguaggio”. Ragionare sui termini è sempre importante, perché, quando le parole cambiano, cambia anche la cultura e cambiamo anche noi.

Nel libro si sofferma su come si comunica la disabilità e su come questo influisca nel “realizzare una forma-mondo più inclusiva”. Lei come comunica la sua disabilità?
Il mio motto è da sempre “trasformare la sfiga in sfida, cambiando una sola consonante”. La freccia più pungente che ho sempre avuto a disposizione per comunicare la mia disabilità è quella dell’ironia. L’ironia, e la comicità in genere, si basano sul ribaltamento delle regole su cui si fonda un “sistema”: ecco perché sono il mezzo principale per scardinarlo, rimetterlo in discussione, farne emergere i lati più nascosti. Una persona con disabilità per le sue necessità quotidiane è chiamata ad affrontare una realtà le cui regole andrebbero puntualmente ribaltate.

Conclude il suo libro raccontando che più volte si è chiesto: “Perché proprio a me?”. Che risposte ha dato a questa domanda nel corso della sua vita?
Devo ammettere che persino ora, in alcune occasioni, mi capita di rifletterci. Perché non posso camminare? Perché non posso avere una vita come gli altri? Penso che non ci sia una risposta. Anzi, penso che spesso educatori e genitori debbano essere in grado di dare delle non-risposte. Le risposte certe si hanno quando si va dal medico. Lui fa la diagnosi e risponde. L’educatore non deve rispondere. Deve aiutare a costruire insieme delle risposte. Credo che questi interrogativi siano un passaggio obbligatorio e fondamentale nel processo di costruzione di un’identità adulta, a prescindere dall’handicap che una persona incontra nella sua vita. Acquisire consapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse rappresenta una sfida che tutti dobbiamo affrontare, indipendentemente dalla disabilità. (Benedetta Aledda)

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