25 maggio 2017 ore: 13:36
Famiglia

Diventare grandi a 18 anni e sentirsi abbandonati: le storie dei care leavers

Secondo la ricerca “Una risposta ai care leavers: occupabilità e accesso ad un lavoro dignitoso”, realizzata da SOS Villaggi dei Bambini, i care leavers hanno più difficoltà a concludere la scuola e ad accedere al mondo del lavoro. “Non c’è un bilanciamento di opportunità rispetto ai loro coetanei”
Ragazzi. Care leavers

ROMA - Un accompagnamento graduale dei giovani che vivono in comunità verso la piena autonomia economica e lavorativa. Lo hanno chiesto oggi a Roma i cosiddetti care leavers, i ragazzi che compiuta la maggiore età sono costretti ad uscire dal sistema di accoglienza, durante la presentazione della ricerca “Una risposta ai care leavers: occupabilità e accesso ad un lavoro dignitoso”, realizzata da SOS Villaggi dei Bambini e condotta in dieci Paesi.

Secondo il rapporto, i care leavers in Italia sono 3 mila. Tra di loro c’è Matteo, 19 anni, che è entrato in comunità quando aveva 10 anni. “Quando sono diventato maggiorenne, mi sono sentito abbandonato a me stesso: non potevo tornare a casa perché i miei genitori non potevamo prendersi cura di me né sostenermi economicamente. Sono riuscito ad entrare all’università, ho pagato le prime rette e dato i primi esami ma a settembre ho dovuto lasciare per mancanza di soldi. Pensavo di prendermi un anno sabatico per mettere da parte del denaro e poi ritornare ma non è così semplice. La mia esperienza è comune a moltissimi care leavers. Penso che il percorso di accoglienza deve andare avanti finché non si ottiene una autonomia che si possa definire tale”.

Raffaella racconta: “È tanto difficile entrare in comunità ma è ancora più difficile uscirne. All’età di 18 anni mi sono sentita impotente, non avevo nessuna alternativa. Sapevo solo che volevo continuare gli studi. Così ho accettato di andare a vivere in una ‘famiglia amica’ che aveva altri figli. Non era un vero affido perché avevo già 19 anni. È stato un percorso molto duro”.
Fabio, invece, si definisce un ragazzo fortunato. “Sono stato in comunità dai 17 ai 21 anni. Ho avuto un educatore presente che mi ha sempre sostenuto anche nella scelta di abbandonare la scuola per iniziare a lavorare. Negli ultimi mesi di accoglienza mi sentivo già un po’ fuori, ero pronto a questo passaggio”. Per Genny, 25 anni, non esiste una bacchetta magica per prepararsi all’uscita: “L’autonomia si conquista nella vita di tutti i giorni e non di colpo a 18 anni. Bisogna creare una autonomia prima di tutto mentale, accompagnata da strumenti pratici, come il lavoro, una casa e una rete sociale”.

Alla presentazione della ricerca ha partecipato anche Sandra Zampa, vicepresidente Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza: “Non esiste una cabina di regia unica sulle politiche per l’infanzia. Questo tema deve tornare ad essere una priorità. È un Paese stupido quello che non capisce che destinare risorse per l’infanzia e l’adolescenza non rappresenta una spesa ma un investimento. Occorre fare un gruppo di lavoro in Parlamento e proporre delle misure di accompagnamento all’uscita. Una di queste potrebbe essere un sostegno al reddito”.

Per la ricercatrice Lisa Cerantola, “i care leavers hanno più difficoltà a concludere la scuola e ad accedere al lavoro: non c’è un bilanciamento di opportunità rispetto ai loro coetanei. La maggiore età rappresenta per loro è un ultimatum: sono costretti a prendere decisioni importanti che segnano la loro vita per sempre. Le azioni di accompagnamento dovrebbero essere attivate durante il percorso di accoglienza. Inoltre, in Italia manca un sistema di monitoraggio sui neomaggiorenni che escono dal percorso di accoglienza”. Secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e relativi all’anno 2012, sono 28.449 i minorenni che vivono fuori famiglia in Italia. Molti di loro sono stranieri: nel 2014 il 42 per cento degli ospiti in comunità provenivano da altri Paesi: la fascia 11-17 ha avuto un aumento del 4 per cento rispetto al 2013, arrivando al 71 per cento. 

Un aspetto comune a tutti gli Stati presi in considerazione dalla ricerca è la mancanza di una normativa di sostegno per i care leavers, come ha spiegato Claudia Arisi di SOS Villaggi dei Bambini: “Laddove lo Stato è assente, sono i soggetti privati, le associazione e il terzo settore ad intervenire”. 

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