4 dicembre 2014 ore: 15:43
Società

Don Colmegna ai giornalisti: "Gli ultimi hanno bisogno di giusta comunicazione"

Oggi laurea honoris causa dell'Università statale insieme a don Gino Rigoldi e don Luigi Ciotti. Nella lectio magistralis, il presidente della Casa della carità richiama giornali e tv ai loro doveri: "La fretta non può mai giustificare il racconto di una sola parte della verità"
Don Virginio Colmegna
Don Virginio Colmegna
Don Virginio Colmegna

MILANO - "Siamo preti che vivono con una forte motivazione evangelica il partire dalla strada come scelta di vita": don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, ha ricevuto oggi la laurea honoris causa in comunicazione pubblica e d'impresa dall'Università degli Studi di Milano. Insieme a lui, hanno avuto questo riconoscimento altri due preti di strada: don Luigi Ciotti e don Gino Rigoldi. I tre sacerdoti "hanno usato l’azione coraggiosa e il potere della parola per costruire una realtà sociale più avanzata e più giusta", si legge nella delibera con cui il Senato accademico dell’Ateneo ha approvato le lauree. Nella sua lectio magistralis, don Virginio sottolinea come dalla strada "passa quel Gesù che desideriamo incontrare ed attendere. Lì riscopriamo, nella profondità di una ricerca spirituale, quella cura appassionata che gli uomini tutti, senza eccezioni, possono scambiarsi tra di loro per essere più felici. Ci anima una domanda di felicità, una profonda esigenza di felicità!". 

Da sinistra don Virginio Colmegna, Gino Rigoldi e don Luigi Ciotti
Laureati don Virginio Colmegna, don Luigi Ciotti e Gino Rigoldi 2

Di fronte al senato accademico e a tanti giornalisti, don Colmegna ha ricorda inoltre che "comunicare è rendere le complessità comprensibili. Comunicare è stabilire un contatto con gli altri. Comunicare è abbattere divisioni. Ecco perché la Casa della carità per noi è un soggetto che comunica". E richiama i giornalisti al loro dovere. "Comunicare è impegnativo. Posso capire i tempi brevi nei quali un cronista deve spesso imbastire un articolo, ma la fretta non può mai giustificare il racconto di una parte sola di verità. Proprio perché non hanno diritti e non hanno voce per essere ascoltati, gli sprovveduti, gli ultimi, i più poveri tra i poveri, hanno bisogno di non essere considerati unicamente un problema, un problema di costi, di ordine pubblico o, peggio ancora, essere indicati come un pericolo. Non hanno bisogno di falso pietismo e di atteggiamenti elemosinieri. Hanno bisogno di giustizia e di giusta comunicazione".

 "Accogliamo persone senza permesso di soggiorno -ha aggiunto-, ma abbiamo abolito la parola “clandestino” perché avvertiamo quanta irregolarità viene prodotta da dei meccanismi legislativi inadeguati,  dall’abitare in strada e da una diffusa sotterranea disperazione.

Ci sono seri giornalisti che hanno saputo fare tesoro della Carta di Roma, quella stilata nel 2008 che invita i media ad avere delle attenzioni per gli stranieri, a non violarne la dignità, a rispettarne la fragilità. Non di rado specificare in un titolo la nazionalità dei protagonisti di una notizia può, dice la Carta, incidere gravemente sulla convivenza civile e alimentare in modo pericoloso pulsioni razziste e xenofobe presenti nella nostra società. Se la comunicazione non pone tutti sullo stesso piano - di persone con uguali diritti e uguali doveri- non è buona comunicazione, ma comunicazione di parte. Per questo la sfida è culturale: far crescere nella società una visione diversa di uguaglianza". (dp)

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