20 giugno 2018 ore: 14:00
Non profit

Donne congolesi ripudiate dopo violenza. Gvc: “Agire sulle consuetudini culturali”

L’ong è presente nei 4 centri di salute all’interno dei campi profughi in Burundi con 110 persone tra medici, infermieri, autisti. Il coordinatore Mattia Bellei: “Le donne violentate vengono relegate fuori dalle dinamiche sociali. La maggior parte rimane molti anni nei campi”

BOLOGNA – Spesso arrivano senza i mariti, solo coi figli o incinte, quindi molte di loro sono di fatto capi famiglia. Sono le donne congolesi rifugiate in Burundi nei campi dell’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. Si portano dietro storie di violenza e spesso “sviluppano disagi psichici e disturbi post traumatici che aggravano la loro condizione di emarginazione nei campi”. Lo denuncia Gvc Italia, ong che opera nei 4 centri di salute all'interno dei campi con 110 persone fra medici, infermieri, autisti e personale amministrativo. “Quando una donna arriva al centro le facciamo il test per l’hiv, le diamo un farmaco per le infezioni sessualmente trasmissibili, la prendiamo in carico dal punto di vista sanitario”, spiega Mattia Bellei che si trova a Bujumbura, da dove coordina il lavoro per Gvc. Se una donna è stata violentata, “entro 72 ore le diamo un anticoncezionale”. Nei giorni seguenti viene monitorata rispetto all’eventuale presenza del virus Hiv e viene fornito un servizio di counseling, rinviando ad altre associazioni partner i casi che necessitano di un sostegno psicologico più approfondito. Come la maggior parte dei rifugiati, queste donne, fra cui anche minorenni che hanno subito violenza sessuale, rimangono molti anni nei campi e “la maggior parte non ne esce più – racconta Bellei – prima di essere inviati in un Paese, passano in media una decina d’anni, a meno che non ci siano questioni mediche gravi”. 

“Generalmente le donne violentate vengono stigmatizzate e relegate al di fuori delle dinamiche sociali”, aggiunge Bellei, e la loro fuga a causa della guerra civile “sembra non portare mai a una vera salvezza”, precisa Gvc che in occasione della Giornata mondiale del rifugiato ricorda i 15 mila casi accertati dalle Nazioni unite di violenze sessuali avvenute in Congo, molte ai danni di bambine. Una di loro è Alizia, un nome di fantasia per proteggere almeno la riservatezza di una ragazza di 22 anni che racconta agli operatori della ong: “Sono arrivata in questo campo cinque anni fa. Sono fuggita dalla mia terra, il Congo, a causa della guerra civile. I Mai-Mai hanno attaccato il nostro villaggio, uccidendo e violentando le donne. Io ero una di loro. È toccato anche a me, quando ancora ero poco più che una bambina. Ed è così che sono rimasta incinta per la prima volta. Mia figlia è nata qui, in Burundi, e ora la sua vita è insieme a me e alle sue sorelle, in questo campo nella Provincia di Ruyigi”. Vive con tre figlie nel campo Unhcr di Bwagiriza, con 10 mila rifugiati di cui il 51% sono donne e bambine. Gvc è presente anche nei campi delle province di Muyinga, Cibitoke e nell’area rurale di Bujumbura, la capitale del Burundi. Dei 58 mila rifugiati sostenuti, un quarto sono bambini sotto i 5 anni. 

Spesso alla violenza sessuale si aggiunge il dolore per essere stata ripudiata dal proprio marito: “Una giovane rifugiata congolese ha sviluppato disagi psichici post traumatici in seguito a un attacco militare nel suo villaggio, durante il quale ha subito violenza. Fuggita in Burundi per salvarsi, è stata sottoposta a un'ennesima umiliazione e a un nuovo dolore. Suo marito l'ha disconosciuta a causa di ciò che le era accaduto e la sua famiglia si è divisa”, riferisce Karikumutima Theobard, uno degli infermieri di Gvc che lavorano nel campo di Kavumu. Un destino analogo a chi ha una malattia mentale o neurologica o una disabilità, aggiunge lo stesso operatore. “Sul fronte del planning familiare, dell’educazione sessuale e del rispetto di genere, c’è ancora molto da fare. Bisognerebbe educare anche gli adolescenti. Non di rado, infatti, si verificano episodi di maltrattamenti tra ragazzi e ragazze”, dice Herimana Anastasie, assistente sociale di Gvc a Kavumu, dove, oltre a sostenere con servizi di consultorio le donne presso il centro di salute, ogni settimana organizza delle visite  domiciliari alle famiglie hanno bisogno di assistenza. 

Per le donne “sopravvivere nel campo non è semplice. Per questo alle volte sono costrette a vendere i propri corpi ad altri uomini e si assiste a casi di promiscuità che espongono ancora di più alla contrazione e alla diffusione dell'HIV” aggiunge Kwizera Tierriy Hubart, agente di sensibilizzazione ai rischi dell'HIV nel centro di salute del campo dal 2013. Alla violenza sulle donne usata come arma da guerra si aggiunge l’ignoranza: “Spesso le vergini vengono violentate perché si crede che l'atto possa rendere immuni o far guarire dall’hiv”, spiega la presidente di Gvc Dina Taddia, sottolineando che oltre alla risposta emergenziale la sua organizzazione cerca di contribuire a diffondere buone pratiche e ad agire sulle consuetudini e abitudini culturali che rischiano di aggravare la condizione della donne rifugiate. (Benedetta Aledda)

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