18 febbraio 2017 ore: 10:56
Famiglia

Dopo la comunità, le 13 richieste degli adolescenti "fuori famiglia"

Chiedono maggior partecipazione e di mantenere un contatto con le famiglie d’origine, non vogliono essere stigmatizzati: a stilare il documento, nell’ambito di un progetto nazionale attivo dal 2014, adolescenti in carico ai servizi sociali che si preparano a uscire dai percorsi di tutela in Piemonte
Adolescenti. Scarpe colorate

TORINO - Agli occhi dell’opinione pubblica esistono, al più, a margine di qualche episodio di cronaca, per poi sparire in un cono d’ombra allo spegnersi dell’attenzione mediatica più morbosa. Ma quel rimosso collettivo è in realtà abitato da più di 30 mila tra bambini e adolescenti: tanti sono, in Italia, i minori che si ritrovano a crescere, per le più disparate ragioni, all’interno di case famiglia, comunità educative o - più raramente - nuclei familiari affidatari. Ragazzi che - al netto degli stereotipi sul “disagio” e l’“infanzia rubata” - coltivano sogni, ambizioni e desideri al pari di ogni altro adolescente, tanto che la loro normalità può apparire perfino dirompente, per contrasto con i preconcetti.

Questa, in effetti, era la sensazione che giovedì scorso si avvertiva tra il pubblico seduto tra i banchi della Sala consiliare della regione Piemonte, a Torino, dove dieci giovani d’età compresa tra i 16 e i 20 anni - provenienti dalle comunità d’accoglienza di Cuneo, Alessandria e del Capoluogo - hanno offerto una rara testimonianza circa la propria condizione. L’occasione era la prima conferenza regionale dei Care leavers del Piemonte: un termine, quest’ultimo, mutuato dai servizi sociali anglosassoni, che indica i ragazzi “fuori famiglia” che, all’avvicinarsi della maggiore età, si preparano ad uscire dal cosiddetto “percorso di tutela”, lasciando le strutture nelle quali hanno trascorso, del tutto o in parte, l’adolescenza.

I primi passi del Care leavers network in Italia risalgono al 2014, per iniziativa dell’associazione non profit Agevolando, nata su impulso di un gruppo di giovani che, a loro volta, avevano vissuto un’esperienza di accoglienza fuori dal nucleo familiare d’origine. Secondo la coordinatrice nazionale Diletta Mauri, l’idea “è creare una rete informale di ospiti ed ex ospiti di Comunità educative,  famiglie affidatarie e case famiglia, coinvolgendoli in un percorso di riflessione e cittadinanza attiva ”.  Ad oggi, il network coinvolge un totale di 82 ragazzi tra i 15 e i 24 anni, provenienti da 5 regioni e 12 province italiane. Al termine di un percorso articolato lungo un ciclo di tre o quattro incontri, ogni gruppo regionale redige un documento contenente una serie di raccomandazioni, che vengono poi presentate, durante apposite conferenze, ad esponenti delle amministrazioni locali, dei servizi sociali e dei tribunali per i minori.

In ordine di tempo, quello Piemontese è l’ultimo gruppo ad essersi formato: giovedì scorso, ad ascoltare la loro relazione c’erano, tra gli altri,  il responsabile del Servizio minori presso la Direzione politiche sociali, Enzo Genco, la Garante regionale per i minori, Rita Turino, e la Procuratrice del Tribunale per i minori di Torino, Anna Maria Baldelli. A loro, i ragazzi hanno consegnato richieste, speranze, riflessioni, domandando a ciascuno di diffonderle e di dargli risalto all’interno dei rispettivi contesti istituzionali. E non è probabilmente un caso se i dieci care-leavers piemontesi hanno voluto aprire la loro relazione rivendicando il proprio diritto “alla calma e alla spensieratezza”, chiedendo agli addetti ai lavori di lasciarli liberi di coltivare se stessi e le proprie passioni. 

“Noi ragazzi - recita più avanti il documento, al nono punto -  siamo tutti uguali, indipendentemente dalle nostre esperienze passate. Non vogliamo più sentirci discriminati sulla base di una pessima informazione rispetto al tema delle comunità. Molti dei nostri coetanei o professori hanno dei pregiudizi nei confronti delle comunità e pensano che siano dei luoghi per disadattati, tossici e criminali. Non vogliamo sentirci responsabili della situazione che abbiamo vissuto e delle quali noi stessi siamo vittime. E’ fondamentale che i professori per primi siano informati”.

Il rapporto con scuola e istituzioni, del resto, torna spesso nelle tredici raccomandazioni scritte dai giovani, spesso declinate attraverso una richiesta di maggior partecipazione:  “Vi chiediamo di renderci partecipi di tutti i cambiamenti che riguardano il nostro percorso fuori famiglia - si legge nella relazione - compreso il cambio di comunità. A qualcuno è capitato che questa decisione sia stata presa senza chiederne l’opinione. Questo ci fa sentire impotenti rispetto alle decisioni che riguardano la nostra vita”. E ancora: “Le nostre famiglie sono in difficoltà: non giudicatele, aiutateci a capirle”. “E’ fondamentale per noi - sottolineano i ragazzi - mantenere, per quanto possibile, in contatto con la nostra famiglia. E’ successo spesso che i nostri assistenti sociali, educatori e psicologi tendessero esclusivamente a colpevolizzare le nostre famiglie e a renderle altro da noi. Noi abbiamo bisogno, da un lato, di capire e che ci sia chiarezza, dall’altro che non si stigmatizzi le nostre famiglie ma che le si aiuti dove necessario per permetterci di costruire un futuro insieme a loro”.

Un punto, quest’ultimo, sul quale la procuratrice Baldelli, che alla relazione ha promesso di dare massima diffusione, ha voluto soffermarsi: “L’autorità giudiziaria minorile - ha risposto ai ragazzi - deve lavorare per capire le vostre famiglie,  aiutando voi stessi a comprenderle di più: ma questo va fatto all’interno di un contesto protetto, il che non è tra le cose più facili da fare. Il punto è che non è neanche impossibile, e se ce la raffiguriamo come tale ciò non accadrà mai. L’importante è che voi capiate che non sempre esistono le condizioni per potervi collocare all’interno del nucleo d’origine: ma al di là di questo, tra i nostri compiti dovrebbe esserci anche quello di aiutarvi nel processo di ricucitura affettiva con i vostri familiari”. 

Come la Procuratrice, anche gli altri presenti hanno discusso i 13 punti programmatici stilati dai ragazzi. L’incontro di giovedì segna l’inizio di una nuova fase di lavori all’interno del progetto: tra cinque mesi (luglio 2017), i rappresentati senior di ciascun gruppo regionale si riuniranno a Roma per la prima conferenza nazionale del network. Il documento presentato dai ragazzi a Torino è consultabile integralmente a questo link. (ams)

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