19 febbraio 2014 ore: 18:16
Giustizia

Dozza, la direttrice: “I detenuti devono poter lavorare anche fuori dal carcere”

Con 842 detenuti e una capienza massima di 450, la casa circondariale bolognese muove i primi passi verso il recepimento delle direttive della Corte di Strasburgo. La direttrice chiede aiuto al territorio: “I detenuti devono poter lavorare anche fuori dal carcere”
Stefano Pavesi/Contrasto Carcere e lavoro, Laboratorio di falegnameria

BOLOGNA – Lo svuotacarceri è legge. Le misure messe a punto da Anna Maria Cancellieri con l’obiettivo di sfoltire la popolazione carceraria, cresciuta ben oltre il limite della capienza massima prevista, è stato approvato dal Senato con 147 voti favorevoli e 95 contrari. Un voto che va nella direzione indicata dalla Corte europea dei diritti di Strasburgo, che ha definito il sistema carcerario italiano “inumano e degradante”. Per questo, ha chiesto l’adeguamento agli standard europei entro il prossimo 28 maggio. Adeguamenti che coinvolgeranno anche la casa circondariale Dozza. Pensata per ospitare fino a 450 detenuti, al 6 febbraio, giorno della visita di Desi Bruno, garante regionale dei detenuti, ne accoglieva 842 (di cui 65 donne e 502 stranieri). Sono 444 i condannati in via definitiva, 74 in alta sicurezza, 15 in semilibertà, 402 i tossicodipendenti, 46 nella sezione “protetti”. Un quadro in linea con la media italiana, ma in miglioramento.

Diversa articolazione della giornata, predisposizione di un modulo abitativo nuovo da un punto di vista edilizio, promozione di attività ricreative e, soprattutto, sportive. È questa la ricetta promossa da Claudia Clementi, direttrice del carcere, per cominciare a recepire le direttive europee. “Noi cerchiamo di far lavorare i detenuti all’interno del penitenziario, ma non sempre sono attività qualificanti o spendibili in un futuro. Chiediamo aiuto al territorio, perché per loro si valutino lavori professionalizzanti. Importantissimo, poi, ricordare gli imponenti sgravi fiscali per le aziende che scelgono di assumere detenuti”, dice la direttrice. “Chiediamo alle istituzioni e ai protagonisti sul territorio di individuare gli ambiti d’impiego: e se non si può ipotizzare uno stipendio, si valuti un rimborso spese o un coinvolgimento in attività di volontariato”, aggiunge Massimo Ziccone, responsabile dell’area educativa del carcere bolognese.

Per fare il punto della situazione in Dozza, il consigliere comunale Francesco Errani (Pd) ha chiesto un’udienza conoscitiva, organizzata nel pomeriggio di oggi, alla presenza del Comitato Locale Esecuzione Penale Adulti, riabilitato con forza un anno fa dall’assessore alle politiche sociali Amelia Frascaroli. “Con lo svuotacarceri 30, 40 detenuti – ma il conto è approssimativo – potrebbero avere la possibilità di lavorare all’esterno: ci piacerebbe che la città fosse in grado di accoglierli con proposte idonee pronte all’uso”, spiega Errani.

I tre gruppi in cui si articola il Comitato (formazione e lavoro; lavoro di comunità; salute) vanno in questa direzione, ma la congiuntura socio-politico-economica è quella che tutti conosciamo. Il tavolo dedicato al lavoro di comunità, a cui prendono parte più di 10 soggetti tra associazioni e cooperative (oltre, ovviamente, alle istituzioni), ha lavorato moltissimo con i ‘dimittendi’, i detenuti che si avvicino alla messa in libertà, per dar loro un sostegno verso la piena integrazione: alloggio, assistenza sanitaria, ricerca di un’occupazione. Il gruppo formazione e lavoro (composto da Provincia, Comune, Asp, Uepe, Casa circondariale, Tribunale) ha passato al setaccio le possibilità di occupazione, partendo da conoscenze apprese in carcere da sfruttare all’uscita: “A fronte di fondi sempre più risicati, la buona notizia è che, forse, con Cup 2000 riusciremo a firmare un protocollo per 3 tirocini formativi”, annuncia Patrizia Paganini, coordinatrice del tavolo.

“Già il progetto Acero si inseriva in questo discorso, arrivando a organizzare 32 tirocini formativi tra novembre 2011 e fine 2013: 23 sono quelli conclusi”, aggiunge Emma Collina di Asp Irides. Il tavolo dedicato alla salute ha messo l’accento sull’assistenza sanitaria dei detenuti una volta scontata la pena: come continuare, per esempio, le terapie e le cure cominciare in carcere? Per i cittadini italiani la soluzione non è difficile, ma per l’enorme numero di ex detenuti irregolari la gestione è molto più complessa. Per non parlare dei tossicodipendenti irregolari, non accettati nemmeno dai Sert. Importante traguardo però raggiunto, l’accordo con le istituzioni per la cura dei malati di tubercolosi, anche se clandestini, anche dopo la scarcerazione, per evitare il rischio contagio.

“Già una volta abbiamo coinvolto 4 detenuti nella pulizia dei graffiti in città: un progetto nato nel 2009 in carcere ma che, grazie agli ottimi risultati, oggi è progetto cittadino – commenta Errani – Esperienze simili dovrebbero ripetersi, magari rivolgendosi anche a persone meno preparate. È anche su questi strumenti che dobbiamo puntare”. (ambra notari) 

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