7 ottobre 2015 ore: 13:03
Salute

Droga, sempre più ragazze under 30 in comunità: dipendenza affettiva

Cambiano i consumi e le comunità sono chiamate ad adeguarsi. Nell’era di smartphone e social, parla l’impresa sociale Open Group. Sono 80 le persone accreditate nelle sue strutture, giovanissime in aumento. "Tornare a fare a riduzione del danno"
Donna di spalle guarda dalla finestra

BOLOGNA - Il progetto di legge per la cannabis legale, pochi giorni fa, ha cominciato il suo iter parlamentare: sottoscritto e presentato da 220 deputati, prevede nuove norme in materia di possesso, auto-coltivazione, vendite, cure e prevenzione. “Riteniamo importante la depenalizzazione dei consumi: la Fini-Giovanardi ha dato esiti decisamente negativi, che si sono riflessi su diversi ambiti nazionali”, confermano Annamaria Bastia e Claudia Bianchi, operatrici del settore dipendenze dell’impresa sociale bolognese Open Group.

Il quadro tratteggiato dalle due donne, da anni impegnate nella comunità di recupero del territorio, è chiaro: i consumi non calano. Non sono mai calati e sicuramente non lo faranno in futuro. Che fare? Impegnarsi seriamente nella prevenzione, per favorire un consumo critico. Tornare a fare riduzione del danno. ‘Fare cultura’, dicono loro. Fare cultura stando sul territorio e vivendolo, appoggiando i gruppi di auto-mutuo aiuto. Rendendo il consumatore protagonista della sua scelta. “Purtroppo le risorse continuano a calare: nel nostro caso soprattutto, sempre a cavallo tra sociale e sanitario. Con i pochi fondi a disposizione, poi, negli ultimi anni si è anche dovuto fare fronte a diverse emergenze, ma la coperta è corta: se metti da una parte, togli da un’altra”.

La prima comunità maschile gestita dalla Rupe (oggi entrata in Open Group) risale al 1984: oggi sono circa 80 le persone accreditate, tra uomini e donne, protagonisti di percorsi anche molto diversi, che vanno dalla vera e propria comunità sino a progetti diurni. Percorsi integrati, che spesso rappresentano il prima e il dopo nella vita delle persone. “A noi arrivano i casi critici, chi non riesce più a gestirsi, chi magari oltre al problema delle dipendenze ha problemi legali o psichiatrici. Diciamo che noi accogliamo gli esempi che testimoniano la crisi della famiglia”.

Le nostre comunità riabilitative di Open Group, sparse tra il capoluogo e l’Appennino, ospitano piccoli gruppi: 15, massimo 20 persone. La mattina tutti partecipano alla cogestione degli spazi, mentre i pomeriggi sono dedicati alle attività terapeutiche. Uomini e donne stanno divisi, perché è risultato evidente come l’uso di sostanze falsi le relazioni. “Ma le mamme vivono con i figli, se minori. Certo non è la situazione ideale, ma è il giudice a decidere. In ogni caso, i figli si cerca di farli restare in struttura il meno possibile”. E raccontano di una recente festa di compleanno di un bimbo di una ragazza tossicodipendente, a cui hanno preso parte tanti genitori dei compagni di scuola del piccolo: “Una bella soddisfazione anche per noi”, ammettono. “Al massimo abbiamo accolto figli di 12/13 anni, di più è difficile, perché poi si avvicinano all’età delle nostre pazienti. Una paziente di 14 anni a fatica può convivere con un coetaneo – o una coetanea – figlia di un’altra donna con i suoi stessi problemi”.

Ma la comunità, oggi, non è più quella di 30 anni fa, e nemmeno di 10: “Un dato che ci colpisce moltissimo è che metà delle donne che abbiamo ricoverate ha meno di 30 anni: ragazze adottate o che hanno vissuto esperienze in affidamento o periodi in comunità per minori, incapaci di sviluppare relazioni edificanti con gli adulti”. Già, le relazioni: il dato più lampante delle nuove dipendenze è quello del policonsumo (favorito anche dalla facilità con cui è possibile reperire sostanze sempre nuove su internet), a cui sempre più spesso si sommano anche le dipendenze affettive. “Tantissime persone stanno sviluppando stili di vita in funzione di altri, convinte di poter esistere solo se legate a loro. Per questo in certi casi la comunità è ancora l’unica soluzione: perché per un po’ serve staccarsi da tutto e tutti. Certo, ai tempi dei social e degli smartphone non è esattamente una passeggiata, ma bisogna provarci”.

Così, anche la riabilitazione avviene attraverso il reinserimento nella società, magari grazie a nuova collocazione lavorativa. Ci sono probabilità di ricaduta? “Naturalmente sì, e la nostra filosofia prevede né di drammatizzare né di minimizzare. La accettiamo come momento di consapevolezza, ma abbiamo anche servizi ad hoc. Fa tutto parte di un percorso, e non è plausibile pretendere tutto e subito: si va per autonomie progressive, ed è meglio non guardare l’orologio. Non bisogna avere fretta”. (Ambra Notari)

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