13 settembre 2016 ore: 10:54
Economia

Una casa per i senza dimora: accolte 500 persone in due anni

Primo bilancio del progetto Housing First Italia: a due anni dall'avvio sono 510 le persone accolte, di cui 73 famiglie. Problemi di salute, socialità, famiglia e scolarità per la metà degli accolti, ma con la casa la situazione migliora. "Casa come punto di partenza e non obiettivo finale"
Housing First. comune di Bologna

BOLOGNA - Sono 343 gli adulti accolti nei progetti di "housing first" portati avanti dagli enti che fanno parte del network Housing First Italia coordinato da Fiopsd, la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora. Se si aggiungono i 167 figli delle famiglie accolte si raggiunge un totale di 510 persone (dati raccolti da Massimo Santinello e Paolo Molinari, membri del Comitato scientifico indipendente che si è costituito ad hoc, aggiornati al 30 marzo 2016). A due anni di distanza dall’avvio della versione italiana del progetto (già avviato negli Stati Uniti, in Canada e in diversi Paesi europei) si può trarre un primo bilancio delle esperienze attivate e dei risultati raggiunti, a partire dai soggetti coinvolti: la sperimentazione è attiva in dieci regioni (Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Calabria e Sicilia) e gli enti che partecipano al network – comuni, enti ecclesiastici o religiosi, cooperative sociali – sono 53.

Le persone adulte accolte nei progetti housing first sono prevalentemente maschi (68,2 per cento). Di queste, 154 sono accolte come famiglie (73 famiglie). Dei presenti al 30 marzo 2016 le persone accolte nel 2015 sono 114 mentre 229 sono quelle entrate nel corso dei primi mesi del 2016. Tutti presentano forti multi problematicità: reddito, casa e lavoro sono gli aspetti di disagio predominanti e coinvolgono almeno 8 accolti su 10; assenza di reddito o reddito insufficiente, assenza di lavoro o precarietà, senza tetto e senza casa risultano le problematicità specifiche più rilevanti. Problemi di salute, di socialità, di famiglia e di scolarità coinvolgono metà degli accolti. Ma un dato va sottolineato: il 47 per cento degli adulti coinvolti nei programmi hf concorre con proprie entrate o dei propri familiari alle spese del progetto personale. Le persone accolte nel 2015 e uscite dal programma hf si attestano a 60 unità (34,5 per cento del totale): solo per 26 persone viene valutato un esito negativo. 

Per analizzare il progetto sono studiate le dimensioni della salute e dell’integrazione sociale e il grado di soddisfazione per il servizio erogato attraverso l’utilizzo di scale di misura adottate a livello internazionale, effettuate telefonicamente a tutte le persone inserite nei programmi, all’ingresso in casa e ogni sei mesi. Per quanto riguarda la salute dei beneficiari, su 127 interviste, la media della salute fisica e mentale è sotto la media generale della popolazione italiana, dato che rimane invariato ancora a distanza di sei mesi. Quanto all’integrazione sociale delle persone accolte, su 47 intervistati, a distanza di sei mesi dall’ingresso in appartamento, il 76,6 per cento dichiara di aver incontrato persone per bene un caffè o pranzare/cenare insieme, il 63,8 per cento ha fatto amicizia con nuove persone, e il 38,3 per cento ha partecipato a un evento organizzato dalla comunità (dati relativi all’ultimo mese dalla data dell’intervista). Per quanto concerne l’integrazione psicologica, l’80,85 per cento dichiara di sentirsi a casa nel luogo in cui vive. Questo dato è in linea con il grado di soddisfazione per il servizio erogato: infatti la media per la soddisfazione generale del servizio è di 4,59 su un massimo di 5, ed essa riguarda aree come il sostegno abitativo ricevuto, la preparazione dello staff o la capacità di ascolto e di accoglienza dello staff.                 

“L’approccio che ispira il modello housing first, vale a dire ritenere l’abitazione come il punto di partenza e non l’obiettivo finale di un percorso di contrasto alle persone senza dimora, riapre anche in Italia il dibattito sul sistema di welfare e sulle politiche di contrasto della marginalità in un momento storico in cui le tradizionali risposte standardizzate non risultano più sostenibili - commentano Santinello e Molinari -. I risultati conseguiti in diversi Paesi dal modello housing first presentano un potenziale innovativo che alimenta speranze importanti nel mondo dei servizi sociali e socio-sanitari italiani, anche se devono essere verificate le sfide sottese”. Tre le sfide individuate dagli studiosi: “Una prima, prettamente sociale, consiste nel rivalutare la capacità di reinserimento che la persona senza dimora può avere. La seconda, politica, riguarda la de-standardizzazione delle risposte ai soli bisogni primari. La terza è di tipo organizzativo e culturale e riguarda l’investimento in termini di formazione per gli operatori sociali e per coloro che compongono la rete dei servizi per la grave marginalità”. 

Il progetto di housing first è anche il protagonista della campagna #HomelessZero avviata a giugno, una campagna che promuove la partecipazione in una logica di welfare generativo e la messa in campo di azioni coordinate in cui le persone senza dimora siano considerate parte integrante della società: “#HomelessZero e l’espansione del network - spiega Fiopsd - hanno già consentito di supportare l’approvazione, a dicembre 2015, delle Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in collaborazione con dodici città metropolitane. Andiamo avanti”.

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