15 ottobre 2001 ore: 11:54
Non profit

Le Ong in crisi di identità cercano un'autoregolamentazione e nuove definizioni

ROMA – Cambiare nome per darsi un’identità più precisa. Le Ong sono attraversate in questo periodo da una crisi di identità, di legittimazione. In molti, infatti, si sono accorti che il termine “Organizzazione non governativa” è divenuto generico, pericoloso e, spesso, addirittura falso. Con grande danno per quelle Ong che sotto tale definizione svolgono attività di servizio alla società civile, di lotta per lo sviluppo, di difesa dell’ambiente e dei diritti umani.
La rivista “Mondo e Missione” è in uscita con un servizio proprio sulle Ong e su una situazione tra il nebuloso e il paradossale, scaturita alla vigilia del vertice del Wto a Doha (in programma dal 9 al 13 novembre).
Il fatto. La lista delle organizzazioni non governative accreditate proprio per il vertice del Wto ha fatto sobbalzare più di una Ong: alcune, infatti, benché legittime, rappresentano in realtà interessi forti e di parte. E’ il caso, citato dalla rivista, della European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations, o quello della National Corn Growers Association. La prima è un’associazione di industrie farmaceutiche che promuove gli interessi di Bayer, GlaxcoSmithKline e altre multinazionali del farmaco, la seconda un’organizzazione che raduna 31mila produttori di mais che in Qatar difende le biotecnologie. L’accusa, lanciata dall’associazione ambientalista Friends of the earth international, è chiara: nel variegato mondo delle Ong vi sono associazioni che portano avanti interessi delle lobbies internazionali e nazionali, anche le più potenti del mondo. Un fatto non sono paradossale ma pericoloso e controproducente per quelle Ong che, invece, pensano di rappresentare, e vogliono rappresentare, la società civile.
Parlavamo della denuncia di Friends of the earth international: l’associazione si è accorta che su 647 ong accreditatesi per il vertice del Wto, ben 502 provengono dai Paesi ricchi e solo 145 dai Pvs. Eppoi: il numero delle Ong che rappresentano interessi “privati” o lobbies industriali supera quelle che rappresentano interessi “pubblici”. E nel calderone si trova di tutto: associazioni di categoria, associazioni di industriali, Camere di commercio, sindacati e associazioni di consumatori, oltre che gli “advisory comittee”, vale a dire gruppi di consulenza non governativi del Ministero del commercio americano.
Insomma, le Ong tradizionali sembra stiano pagando il ritardo nell’autodefinizione. E la forma, in questo caso, diventa sostanza. E’ questo il parere di Sergio Marelli, responsabile dell’Associazione Ong italiane, che aggiunge: “Abbiamo lasciato che ci etichettassero per negazione: non governativo come non profit, no global. Ora servono codici di condotta e criteri di riconoscimento seri per le vere Ong”.
Per Marelli l’autoregolamentazione è il modo migliore per distinguere tra vere e false Ong. In Europa, per esempio, è nata la “Clong” (Comitato di collegamento delle Ong di sviluppo).
Padre Renato Kizito Sesana, da parte sua, nell’ultimo numero di Nigrizia propone una riflessione sulla vocazione originaria delle Organizzazioni non governative. Riflessione ripresa anche dal quotidiano Avvenire: “Non solo molte organizzazioni non governative di ispirazione cristiana sembrano spesso mosse da una ‘poco cristiana volontà di potere’, ma soprattutto i Paesi di origine delle Ong finanziano anche in maniera notevole le operazioni di aiuto, spesso lanciando veri e propri appalti sui luoghi dei disastri umanitari, con la pretesa di controllare politicamente gli interventi”. Stessa cosa fanno anche le classi governanti dei Paesi dove le Ong operano. Il suggerimento? Ribattezzare le organizzazioni, passando da “Ong” a “Osc”, vale a dire Organizzazioni della società civile, anche rinunciando ai fi
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