27 aprile 2016 ore: 09:51
Giustizia

Detenuti disabili, a Rebibbia 1 su 3 resta in carcere perché mancano strutture

“Barriere” dentro e fuori dal carcere: difficile accedere alle misure alternative. Goddi (cooperativa Pronto Intervento Disagio): assoluta carenza di collegamento tra carcere e territorio

ROMA - Il problema dei detenuti con disabilità non resta chiuso dietro le sbarre ma riguarda anche “l’assoluta carenza di collegamento tra carcere e territorio”. Ne è convinto Emanuele Goddi, della cooperativa Pid (Pronto Intervento Disagio) che, in convenzione con l’assessorato Promozione politiche sociale del Comune di Roma,  da anni svolge il ruolo di segretariato sociale negli istituti di pena della capitale. “Le strutture territoriali - spiega Goddi - chiedono un tale grado di attivazione da parte dei singoli soggetti da renderle, di fatto, non fruibili da chi, straniero e malato, non è in grado di destreggiarsi in maniera autonoma nel complesso sistema territoriale”. 

A Roma il reparto G11 “Terra B” dell’istituto Rebibbia Nuovo complesso ospita persone con disabilità motoria. E’ definito a “ridotte barriere architettoniche” ma nella realtà presenta celle e servizi non adeguati per ospitare persone disabili, denuncia Goddi: a oggi risultano ristrette in questa sezione 40 persone. “Anche grazie alla nostra opera di sensibilizzazione e al prezioso interessamento dell’on. Ileana Argentin, sono stati istituiti tavoli di lavoro che hanno coinvolto Dap e Direzione dell’istituto per risolvere questi problemi”. Secondo la direzione dell’istituto, i lavori per l’adeguamento strutturale dovrebbero iniziare quanto prima. Mentre sul fronte dell’assistenza alle persone disabili, garantita dai “piantoni” al momento senza alcuna formazione specifica”, sono in fase di avvio corsi di specializzazione.

“Come ben evidenziato dalla circolare Dap, occorre implementare i servizi sanitari interni e per riuscire nell’intento occorre rimuovere tutte le difficoltà preliminari. – sottolinea Gaddi -  Nessuna attività culturale, ricreativa è attivata in favore dei detenuti ristretti in questa sezione, né sono integrati nelle attività lavorative interne all’istituto. Gli ausili ortopedici e le carrozzine sono vetusti. In base ai nostri dati, il 33% dei disabili ristretti a Rebibbia potrebbe accedere alle misure alternative, ma non ci riesce, perché non esistono sul territorio case famiglia attrezzate con personale sanitario in grado di accogliere queste persone e le strutture sanitarie assistite hanno tempi di attesa, che non coincidono con i tempi della pena”. (Teresa Valiani)