7 novembre 2017 ore: 09:55
Immigrazione

Migranti. "La Libia? Non possiamo far gestire i flussi a un Paese che è nel caos"

Parla Nancy Porsia, giornalista che per 3 anni ha vissuto in Libia e che adesso per motivi di sicurezza vive in Tunisia. ”I trafficanti sono diventate le nuove guardie. E gli accordi incrementano un sistema torbido”

PALERMO - "La Libia continua a non essere un paese sicuro né per i migranti né per la stessa popolazione libica che è in ginocchio. Non possiamo fare gestire i flussi migratori ad un Paese che in questo momento storico è nel pieno caos". Nancy Porsia, giornalista che per 3 anni ha vissuto in Libia e che adesso per motivi di sicurezza vive in Tunisia, segue la situazione politica e migratoria della Libia in maniera stabile dal 2013. Recentemente è intervenuta al convegno  internazionale di Palermo “Vivere e testimoniare la frontiera” promosso dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.
“La Libia si sta reggendo su un'economia di guerra – ha affermato - che sta mettendo letteralmente in ginocchio la sua popolazione. Considerato il caos politico ed economico che vive, non possiamo lasciare la gestione del fenomeno migratorio a un paese che ancora, dopo 45 anni, non ha una stabilità politica. Chiedendo alla Libia di essere un interlocutore significativo nella risoluzione del problema dei migranti non si fa altro che sobillare organizzazioni non legittime e cioè vere e proprie organizzazioni criminali che lucrano su tutto il sistema”.

Quando si parla di Libia si collega subito il problema dei migranti trascurando completamente il resto...
In Libia la gente è stremata, perché vorrebbe la pace e soprattutto quella stabilità che consentirebbe loro di riprendere una vita normale; molti non riescono neanche a comprare più il latte per i bambini e ad avere accesso alle cure mediche minime. In Libia non sono tutti criminali, trafficanti e miliziani: questo è solo il 10% della sua popolazione su circa 6 milioni di abitanti. Va quindi scardinata questa narrativa imposta dall'Europa e da un certo giornalismo occidentale che fa avere al paese sempre questa connotazione negativa. L'inflazione è molto forte e la popolazione che lavora non può prendere soldi in banca perché c'è una forte crisi di liquidità. C'è una buona parte di libici che non hanno mai goduto di diritti umani. Ricordiamoci che le prigioni sono tremende non solo per i migranti ma anche per gli stessi libici. Non si può criminalizzare per giustificare - come vuole Frontex - la sua militarizzazione per combattere i trafficanti. Il paese va supportato per essere aiutato a trovare la sua stabilizzazione politica senza la quale non avrà mai pace.

Dici che sui trafficanti si devono fare delle distinzioni…
Esiste una differenza sostanziale tra passatore e trafficante. Il passatore o portatore è una persona che dietro pagamento ti offre il servizio del trasporto, considerato che la migrazione irregolare nasce dalla chiusura dei confini che non permettono un flusso regolare e quindi è una conseguenza della gestione della situazione migratoria europea che chiude le frontiere non concedendo visti in ambasciate e uffici consolari. Per questo si rende necessario avvalersi di chi conosce il territorio lungo la rotta per l'Europa. Il passatore è un service ‘provider’, un fornitore di servizi che opera nell’illegalità, che fornisce un servizio richiesto dal mercato. Tra il passatore e il migrante c’è sempre un rapporto di reciproca consensualità. Il loro rapporto è regolato dalla relazione fra domanda e offerta e quindi dal prezzo del servizio stesso. Qualora il migrante non dovesse accettare le condizioni del servizio offerto è libero di cercare altrove un altro fornitore.
Prima si parlava solo di passatori per i migranti, perché non c'era un rapporto mediato dalla violenza. Successivamente, con il tracollo dell'economia libica, dalla fine del 2013 in poi, i criminali libici si sono infiltrati nel 'business dei migranti' gestendo tutto: dai trasporti alle case, ai viaggi nel deserto, ecc... Le milizie libiche hanno avuto la possibilità di organizzarsi meglio e di strutturarsi in una modalità di tipo criminale-mafioso. L’espandersi di questa struttura mafiosa è stata resa possibile dall’anarchia che attualmente regna in Libia, assumendo una dimensione ancora più potente anche per la presenza di mafie internazionali come quelle nigeriane e sudanesi.
Oggi, purtroppo i migranti cadono in balia di veri e propri gruppi criminali armati, collegati alle varie milizie che lucrano sul traffico senza pietà basando i loro rapporti solo sulla violenza e prevaricazione. La vera guerra ai trafficanti si fa però dando i visti ai migranti nelle ambasciate e creando canali di transito sicuri.

Dopo che il ministro Minniti ha chiuso la rotta del Mediterraneo, che cosa sta succedendo?
I migranti sono tutti fermi in Libia ma non si può parlare più di campi di accoglienza ma di vere e proprie prigioni. Fino a qualche tempo fa, infatti, era chiara la distinzione tra i centri e le 27 prigioni gestite dal ministero degli interni volute da Gheddafi. Con la fine del regime c'è stato una sorta di rimappatura; alcune sono rimaste e altre hanno chiuso, lasciando il posto a tante altre che sono state aperte arbitrariamente. Con la firma dell'accordo tra l'Ue e la Turchia le milizie libiche hanno subito fiutato l'affare della detenzione dei migranti e hanno iniziato ad aprire prigioni per migranti facendo pressioni sul governo per ottenere il loro riconoscimento e poter usufruire dei finanziamenti europei. Ciò ha portato a non differenziare più i campi di detenzione dalle prigioni che, nate nell'illegalità, stanno aspettando l'autorizzazione dal ministero dell'interni. I trafficanti nello stesso tempo si sono trasformati in carcerieri. Il ministro Minniti è riuscito a chiudere la rotta favorendo indirettamente una sistema per cui il lavoro sporco viene sempre delegato ai libici. Persone che, se prima trafficavano sui viaggi dei migranti, ora sono diventati invece le nuove guardie.

In questo quadro, come rispondono Oim e Unhcr?
Le loro missioni sono aperte in Libia ma per adesso per motivi di sicurezza gli operatori stanno in Tunisia. I loro movimenti sono sporadici sul territorio e operano in coordinamento con le ong libiche che hanno pochissimi strumenti per intervenire concretamente: nelle situazioni di bisogno, per esempio, non hanno psicologi. Le ong libiche sono quelle con cui le agenzie internazionali portano avanti i progetti, distribuendo gli aiuti. Per entrare nelle prigioni le agenzie devono essere autorizzate a farlo solo nei luoghi riconosciuti dal ministero degli interni. Per il momento è impossibile distinguere tra campi e prigioni. Il protocollo delle agenzie è di potere entrare solo in quelle riconosciute dal ministero, che sono solo il 50%.

Alcuni libici si piegano al sistema della gestione dei migranti per bisogno?
Proprio per lo stato di necessità in cui si trovano, molti si prestano a questo gioco europeo per avere anche loro un minimo di occupazione. Perché il 'business della protezione' dà lavoro. Sanno che è un percorso che non porta da nessuna parte, perché è solo uno strizzare l'occhio affinché si faccia il lavoro sporco per l'Europa, guadagnando dei soldi.

Quali possibili soluzioni alternative vedi?
Sicuramente gli accordi con la Libia incrementano un sistema torbido e non vanno bene. La Libia in questo momento storico-politico non è in grado di risolvere il problema dei migranti soltanto per un tornaconto di tipo opportunistico dell'Europa. A questo Paese dobbiamo dare il tempo di assestarsi, per il bene soprattutto del suo popolo. La Libia deve poter respirare evitando questa sorta di patto di sangue con le mafie locali. Il problema dei flussi migratori si dovrebbe affrontare a livello europeo in maniera diversa, riconoscendo i visti e i canali di transito sicuri. Naturalmente, nello stesso tempo, per fermare le morti in mare, vanno continuati i soccorsi e i salvataggi dei migranti nel Mediterraneo. (set)