3 agosto 2020 ore: 10:00
Giustizia

Egitto. “Io, esiliato dopo il carcere e le torture, oggi aspetto Patrick”

di Alice Facchini
Ibrahim Heggi è il portavoce europeo del Movimento 6 Aprile: dopo 21 giorni di detenzione, nel 2008 si è trasferito a Milano, e oggi non può tornare nel suo paese perché sarebbe troppo pericoloso. “Stesso destino potrebbe capitare a Patrick dopo la liberazione"
Patrick Zaky, disegno di Gianluca Costantini

Molti prigionieri politici, dopo la liberazione, vengono lasciati espatriare, poi a processo vengono condannati con accuse talmente pesanti che non possono più tornare in Egitto. Di fatto, quindi, sono esiliati. È quello che probabilmente accadrebbe a Patrick se venisse rilasciato”. Attivista per i diritti umani, 37 anni, una laurea in ingegneria meccanica, Ibrahim Heggi oggi vive a Milano e lavora come mediatore culturale. È il portavoce europeo del Movimento 6 Aprile, nato per sostenere gli operai di El-Mahalla El-Kubra nel grande sciopero generale del 2008 contro il governo Mubarak. Da allora il movimento lotta al fianco dei cittadini egiziani per chiedere maggiore libertà e tutela dei diritti: tra le altre cose il gruppo rivendica la liberazione dell’ennesimo prigioniero politico del regime, Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna detenuto dal 7 febbraionel carcere di Tora del Cairo, con le accuse di terrorismo e sovversione.

Anche io ho trascorso 21 giorni nelle carceri egiziane, dopo la grande manifestazione del 2008: sono stato minacciato, picchiato, torturato – racconta Ibrahim – . Ho vissuto un’esperienza devastante a livello psicologico, ma niente in confronto alle torture che avvengono oggi sotto il regime di Al-Sisi, che è molto più feroce. Rispetto a ora, il clima che c’era sotto Mubarak era più aperto e in un certo senso libero. Da quando è al potere Al-Sisi, tutti quelli che hanno qualcosa contro il regime militare devono pagare: islamisti, comunisti, nazionalisti, giornalisti, avvocati, ricercatori… non importa chi sia, chiunque parli di diritti umani viene massacrato”.

Una volta libero, Ibrahim ha lasciato l’Egitto, prendendo la via dell’esilio volontario. “Ricordo che mio padre mi disse: ‘Stai andando avanti in modo sbagliato: se vuoi davvero cambiare il mondo devi andare via da questo paese’”. Così ha fatto le valigie e si è trasferito in Italia, dove viveva già sua sorella. Da allora è tornato in Egitto solo una volta, nell’agosto del 2011, per seguire da vicino il fermento rivoluzionario di piazza Tahrir. “Avevo deciso che era arrivato il momento di tornare – spiega –. Mi mancava la piazza, mi mancava quel pezzo nella vita. Eppure, subito mi sono reso conto che in quei tre anni la situazione era peggiorata ulteriormente: le violazioni dei diritti umani erano più gravi, la repressione più dura, e l’esercito sparava sui giovani per strada”. 

Così l’11 settembre 2011 Ibrahim torna in Italia, questa volta per non tornare più: “È da allora che non vedo i miei genitori – afferma –. La mia famiglia non è al sicuro, so di essere controllato anche a distanza e così sui social tengo sempre un basso profilo. Continuo a fare attivismo ma restando nell’ombra, non cerco visibilità”. Ibrahim non ha capi di accusa pendenti su di sé, ma ha ricevuto consigli di amici e avvocati che gli hanno suggerito di non tornare. Soprattutto dopo l’omicidio di Giulio Regeni, dato che ha collaborato alle indagini. 

È la stessa cosa che potrebbe succedere a Patrick dopo la liberazione: il regime ha questa strategia – spiega –. Gli egiziani vengono arrestati, vivono un’esperienza molto traumatica in carcere, poi vengono liberati come se fosse un gesto di grazia del presidente. Quando sei fuori, cominci a ricevere messaggi più o meno diretti che ti ‘invitano’ ad andartene all’estero: spingono il tuo capo a licenziarti, montano campagne mediatiche contro di te, ti estromettono dal partito, danneggiano la tua attività economica… Insomma, ti fanno terra bruciata intorno. A volte ci sono anche attacchi fisici, pestaggi, o minacce telefoniche: ‘O te ne vai o verrai ucciso’. Così finisci per espatriare, e intanto il processo giudiziario va avanti: dopo qualche mese arriva la condanna, di solito pesantissima, e così non puoi più tornare in patria”.

È quello che è successo a Ahmed Samih, direttore dell’Andalus institute for tolerance and anti-violence studies, che nel 2012 durante un viaggio in Uganda è stato avvertito di non tornare in Egitto, perché avrebbe rischiato l’arresto. Nel 2016 è stata poi la volta del medico Taher Mokhtar, che dopo mesi di carcere è dovuto scappare in Libano e poi in Francia: su di lui pesa una condanna a 10 anni di detenzione. Sempre nello stesso anno è toccato anche a Ahmed Said, poeta e difensore dei diritti umani, che è uscito dal carcere con un’amnistia presidenziale e si è trasferito in Germania. Da allora non è potuto tornare più, ma ha continuato a essere molto attivo sui social. Presto però sono arrivate le ripercussioni: hanno arrestato sua madre e l’hanno rilasciata solo dopo qualche giorno, dopo che Ahmed ha smesso di pubblicare contenuti scomodi in rete.

“Di storie come queste ce ne sono ahimè tantissime, e Patrick Zaki potrebbe diventare l’ennesimo – conclude Ibrahim –. Comunque, noi egiziani che viviamo all’estero continuiamo a lottare, come possiamo, anche da lontano: per gli italiani razzisti io sono uno straniero che dovrebbe tornare a casa sua, per gli egiziani invece sono una spia degli italiani che racconta la repressione del regime. Io mi sento solo un cittadino internazionale, che difende i diritti umani al di là dei confini e delle nazioni”.

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